writing effort

L’era di Gadelio - parte II

Pubblicato su Gli scritti by w.e. su Luglio 1st, 2008

di D.M.

Progetto per un racconto privo di senso / II
…dicevamo che Gadelio discese dall’Ormanno, per la via più aspra. Epperò forse varrà qualcosa, per i più attenti lettori, rammentare qui come vi fosse giunto (lì).

[flashback]

Alle ore 10:22 del 13 Aprile 2042, Gadelio scese come ogni mattina a controllare la cassetta della posta (ad onor di verità va precisato che lo faceva tutte le mattine che gli era possibile, e non sempre alla stessa precisa ora della mattina: valga come esempio che il giorno prima non aveva controllato la posta perchè recatosi in centro città per commissioni, e due giorni dopo la controllò, ma l’ora troppo presta (06:16) generò una totale assenza di posta; altri casi potrebbero essere qui riportati, ma spero che il concetto sia chiaro) e vi trovò una lettera.
La missiva era stata spedita da uno studio di avvocato - Adele Maria Veracini-Poggi, stava stampigliato sulla busta - e questo creò in Gadelio una certa attesa, e perché no, un certo timore.

Mentre saliva le scale della dimora avìta, peraltro ormai anelanti un serio intervento di ristrutturazione, o quantomeno di manutenzione ordinaria volta a sanare crepe, ripristinare gradini e rinforzare balaustre (va detto a maggior chiarezza che la balaustra era un bell’esemplare in ghisa risalente agli inizi del secolo XX, e fu realizzata - su espresso desiderio della contessina, che, sebbene al tempo decenne, già faceva intuire sia il suo gusto spiccato, sia la sua concreta attitudine ad ottenere ciò che voleva - fu realizzata, dicevamo, con decori in forma di frutta ed animali salvatici da un fabbro della zona, quel Branconi Edo di cui avremo modo di parlare in seguito, essendo uno dei suoi discendenti un protagonista (seppur di secondo piano) della storia che stiamo raccontando.
Gadelio giunse in casa ed aprì la busta… ora basta.
continua (forse)

Bucaneve

Pubblicato su Cotidie by w.e. su Giugno 7th, 2008

di W.E.

Mi alzo tardi perché tento di sfidare inutilmente un mal di testa capace di svegliarmi a più riprese come mi puntasse un chiodo nell’emisfero destro a tratti e all’improvviso. Nei momenti di sonno sogno di lavorare in un ristorante i cui gestori sono quelli del bar che frequento realmente durante il giorno per i miei caffè. Quando mi alzo penso quasi di non fare colazione e invece poi mi avvicino ai fornelli.
Davvero non sento la necessità del caffè, mi scaldo il tè avanzato nella teiera.
E decido consapevolmente di fare l’esperimento freudiano della giornata.
Inzuppo nel tè un bucaneve.
Ho mangiato bucaneve per secoli, fino più o meno ai 15 anni, tutte le mattine.
Mentre addento il biscotto rivedo mille cose insieme.
Mi scendono due lacrime.
E poi mi metto a lavorare.

Film di dieci anni fa

Pubblicato su Cinema by w.e. su Giugno 7th, 2008

di Denni Romoli

1997, New York. Regista Amir Naderi, iraniano impiantatosi negli Usa un ventennio fa, che non sembra essersi lasciato catturare dallo sguardo dolciastro del turista capitato nella grandissima metropoli. Film di donne, da non scambiarsi per quelle pellicole che si definiscono malamente “al femminile”, che fa tanto quote rosa obbligatorie. Protagoniste Lucy Knight, Erin Norris, Sara Paul. Quest’ultima la potete ritrovare in Marathon, ultimo film del regista, del 2002. Prima di questi, Manhattan by numbers, del 1993. Trilogia su New York.
Una madre con la propria figlia, polaroid su polaroid di ricordi anticipatamente perduti. Una seconda donna, innocentemente dispersa, cerca una abitazione per liberarsi dalle pastoie morbose e annichilenti del suo compagno. Una terza, sulle tracce del suo cane e della sua compagna. Microcosmo impotente, di volontà vanificate. Tre storie invischiate sullo sfondo di una città che deforma il concetto di umanità, o meglio ne definisce una parte, centrando lo sguardo sulla progressiva desertificazione dei rapporti umani, sulla disabilità di una comunità individualista e sorda, sulla minoranza visiva dei disperati. Come ricorda Saramago in Cecità, siamo metà indifferenza e metà cattiveria. Ciò che non vediamo non esiste. E ciò che lentamente vediamo e lasciamo esistere, a volte, può ferire. Però, sembra suggerire Naderi, esiste un approdo, ed è fatto dalle lacrime che portano alla solidarietà tra esistenze paralizzate.

Veleno

Pubblicato su Rielaborazioni by w.e. su Giugno 7th, 2008

di Simone Ceccherini

Il veleno, le vene, la vita, il cuore, il sangue, l’amore, una successione abusata, nota. Cerco antidoti razionali, intanto la composizione del sangue cambia. Inesorabilmente. È già successo, sono preparato, e non è vero. È la dose che fa il veleno, lo ripeto da giorni. Mi ero tolto la corazza, un bel peso, lo stesso che non ho dato a quell’animaletto. Ricordo e combatto con frammenti di immagini, pressioni sulla pelle, odori che mi par di sentire. Disegno e cancello i miei progetti e le mie aspirazioni. Bestemmio e scazzotto quando l’assillo mi fa trasalire e bagna i palmi di un unto malato. Organizzo una difesa, una reazione. Il morso che spezza unisce. La rottura diventa un’opportunità. Organizzo la resa, a me stesso.

Gomorra

Pubblicato su Cinema by w.e. su Maggio 18th, 2008

di W.E.

Non era semplice trarre un film dal romanzo di Saviano, e la curiosità di scoprire che strada Garrone avesse intrapreso mi mangiava a morsi. Non avevo dubbi che fosse un bel film e Gomorra è un film più che bello. Né avevo dubbi che la scelta di Garrone sarebbe stata quella giusta. Lungi dal realizzare quello che avrebbe potuto facilmente e plausibilmente essere una sorta di documentario, Garrone sceglie quattro storie intrecciandole, inventando nomi e personaggi senza usare la precisione etnografica di Saviano (come sottolinea giustamente un mio amico). E ciò è proprio quanto permette alla trasposizione cinematografica di essere un’opera ottimamente riuscita - oltre ovviamente alla bravura degli attori (per la maggior parte alla prima esperienza), alla sapienza registica, e alla freddo e crudo senso di realtà che ti aggancia alla sedia. Come dice lo stesso regista “È un film apocalittico. Un film senza speranza.” La denuncia, come nel romanzo di Saviano, è tanto più forte quanto più le cose sono raccontate senza scalpore, nella loro bestiale quotidianità. Questa è la quotidianità di Casal di Principe, di Scampia, di Secondigliano ma non solo: del nord Italia, dell’Europa, degli Stati Uniti, in cui la Camorra non si traduce in morti ammazzati ma in un intricato sistema che coinvolge trasversalmente mille territori e mille settori commerciali e produttivi.
Alcune scene magistrali, e attori come Gianfelice Imparato e Salvatore Cantalupo - giusto per citare due nomi - che finalmente non fanno sembrare Toni Servillo una spanna sopra tutti.
Oggi in gara al Festival di Cannes.

Ricevimento

Pubblicato su Gli scranni, i media, la polis by w.e. su Aprile 29th, 2008

di W.E.

Non so che cosa accadrà al nostro Paese nei prossimi anni. Dico, a prescindere dal verde che si allarga nelle bandiere e si restringe nei campi – qui, sotto l’aia ancora per poco mia, costruiranno una bella piscina, e le porzioni di casolari riscaldate a camino diventeranno tanti appartamenti per tante famiglie, e tra confusione e strepiti avranno termine le notti silenziose…
Dicevo. Ho un fremito, un fremito d’indignazione e repulsa per tutti coloro che occupano cattedre senza meritarne neanche il più piccolo cassetto. Non parlo di qualche politico ma di qualche insegnante. E dei segretari di quegli insegnanti. E di tutti quelli deputati a essere di sostegno agli studenti in quanto investiti di ruoli di qualche tipo all’interno delle strutture didattiche ma invece finiscono per essere un intralcio. Quando non un ostacolo serio.
E aborro episodi del tipo di cui ora vado a narrarvi, con nomi neanche troppo di fantasia.

Francesca xxx, studentessa dell’ultimo anno di Conservazione dei Beni Culturali, s’informa sull’orario di ricevimento di Luciana xxx, direttrice didattica del suo Corso di Laurea. S’informa per scrupolo, dato che siamo agli sgoccioli del primo semestre (e nel secondo gli orari di ricevimento cambieranno) e anche perché la sede del corso è in un’altra città rispetto a quella in cui abita, a circa un’ora di distanza in auto.
Telefona. Alla domanda di cui sopra (“Volevo sapere se gli orari di ricevimento sono quelli dato che vengo da fuori e non ho sempre modo di controllare su Internet…” etc etc) Luciana risponde con un’altra domanda (che non si fa n.d.r.) per di più provocatoria:
- “Ha una domanda migliore di questa?”
- “No. Veramente io volevo sapere…”
- “A questa domanda le può rispondere il computer.” (strafalcione: il computer non “risponde” e comunque non è il computer che fornisce gli orari, ma semmai un sito su Internet; quindi siccome lei lo sa, forse è uno strafalcione voluto, allora seconda provocazione, n.d.r.).
- “Ma non tutti hanno il computer e non tutti hanno modo di verificare sempre e facilmente le informazioni su Internet”.
“Ah questo è un altro discorso”. E riattacca. RIATTACCA. Siamo alla maleducazione.

Francesca è un po’ basita, ma siccome non si fa scomporre per così poco chiama la segreteria del Dipartimento. Risponde un ragazzetto.
“Sì, ciao, senti, scusa siccome io dovrei etc etc so che il ricevimento inizia alle 15 ma a che ora finisce?”
Risposta: “Il ricevimento non hai mai fine, ha solo un inizio.” Siamo alla demenza.

Francesca non si abbatte. Sale in macchina, e fa in modo di essere al ricevimento in un orario perfetto sia per il primo che per il secondo semestre, né troppo presto né troppo tardi (ma in fondo avrebbe potuto anche arrivare tardi tanto l’orario di ricevimento non ha mai fine).
Naturalmente Luciana non c’è. Invece arriva un’altra ragazza, visibilmente agitata che deve consegnare la tesi entro la giornata e davanti alla porta chiusa è presa da un attacco misto di panico e disperazione. Insieme vanno in segreteria a chiedere delucidazioni, lì scoprono che Luciana se n’è andata giusto giusto dieci minuti prima dell’inizio del ricevimento (ma che brava!). Protestano a viva voce, richiedono il numero di cellulare senza successo, e alla richiesta di indicazioni su come poter fare non solo per risolvere la cosa ma anche per avviare un giusto reclamo la risposta è “Lo sapete che il coltello dalla parte del manico ce l’hanno sempre loro. Poi fate voi.”

Ecco. Fate voi.

La vita davanti a Marta

Pubblicato su Cinema by w.e. su Aprile 8th, 2008

di W.E.

Marta, laureata in filosofia teoretica, trova lavoro in un call center.
Qui tutte le strategie possibili sono utilizzate per motivare e insieme mortificare centraliniste e venditori.
I “capi” (Sabrina Ferilli e Massimo Ghini), temuti ed adorati, dietro il loro ostentato e finto successo, riversano sulle loro scrivanie le frustrazioni e i fallimenti della propria vita privata. Il difensore dei precari per definizione, il sindacalista Mastandrea, sembra non capire mai il contesto in cui si muove; la collega e coinquilina di Marta fa di tutto per rendere la vita impossibile a se stessa e a sua figlia, la mamma - a Palermo - è malata di cancro e il fidanzato - ormai ex - è a studiare a San Francisco.
Il quadro, disastroso, è reso da Virzì con un tocco leggero, simile al modo in cui la protagonista si muove tra gli eventi, allegra ma anche ferma, e poi riflessiva, e poi allegra di nuovo. Una Roma assolata sta dietro al tutto, e il film - una lettura insieme scanzonata, amara e surreale dell’italia di oggi - sembra sospeso come le scene che aprono e chiudono il film: l’intera città che balla e un pranzo in giardino che pacifica tre generazioni di donne.
Consigliato. Moltissimo.

Iraniane alla guida?

Pubblicato su Gli scranni, i media, la polis by w.e. su Marzo 20th, 2008

di Lisa

L’altro pomeriggio acchiappo per caso le ultime frasi di un cronista su Radio24 (che seguo anch’io, ogni tanto; a questo proposito non ho ancora capito se Cruciani mi sta antipatico o no) che parla di qualche Paese, ma non so quale.
Nuovi provvedimenti per rilasciare patenti alle donne. Nel senso che le donne non possono prendere la patente e se la prendono è per qualche caso speciale che mi è sfuggito. In ogni caso, a parte il fatto che possono guidare dalle 7 alle 20 - con il velo al suo posto - per ottenerla, questa benedetta patente, devono pagare una salata cauzione nel caso di possibili incidenti e conseguenti danni all’auto .
Spero non me la menerete col politicamente corretto se ho saputo solo pensare “Maledetti bastardi”.
Poi il pensiero è volato subito (non prima dell’immagine di me col velo che guido una macchina lunga e ammaccata, il velo mi va in faccia e io vado addosso alla macchina davanti e la mia si ammacca ancora di più e mi tolgono la patente per cui ho pagato una cauzione più alta del prezzo della macchina stessa, ovviamente acquistata da un’altra donna che aveva a sua volta rinunciato alla guida per lo stesso guaio) all’Iran e al bellissimo e amarissimo lungometraggio di Marjane Satrapi. Non me ne riavrò, credo.

Il teatro che genera stupore

Pubblicato su Teatro by w.e. su Marzo 19th, 2008

di W.E.

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Il Mercante di Venezia di Massimiliano Civica è un’esperienza.
Il completo rigore attoriale e scenico, la composizione dei movimenti e la neutralità del corpo e della parola riducono il teatro a se stesso, ne saturano tutti gli elementi facendone emergere la forza.
Il testo, in primis, di cui non si perde una lettera, diventa il vero protagonista.
Non c’è giudizio né alcuna lettura precostituita sui personaggi. Ogni personaggio è semplicemente in scena e porta con sé la sua essenza, contrapponendosi agli altri per le circostanze, ma non è dato parteggiare per nessuno.
In scena quattro sedie e quattro maschere per quattro attori.
Un unico pezzo musicale, che ripetendosi, reitera un buffo movimento scenico (che la serietà e la cura degli attori rendono assolutamente plausibile), per poi romperlo, secondo lo schema perfetto di quel teatro in grado di generare stupore.
Questo teatro è quanto esiste di più lontano da ciò che siamo abituati a veder recitare; un’altra galassia rispetto alla modalità attoriale consunta e prosaica cui gli spettacoli di cartellone per abbonati (fino ad arrivare al modello televisivo) stanno malauguratamente abituando il loro pubblico. Si tratta dunque di uno spettacolo difficile, che – e posso benissimo capirlo – può annoiare, o addirittura disgustare. Ma questo è giusto, il rischio va preso, perché in compenso la proposta è chiara e il risultato ammirevole.

Onora il padre e la madre

Pubblicato su Cinema by w.e. su Marzo 15th, 2008

di W.E.

Mentre ero dentro il cinema ho cercato più volte di uscire mentalmente dalla sala e guardare da lontano le mie giornate, facendo veloci salti indietro nel tempo. Il tutto per verificare che davvero non ci fosse nessun baratro, nessuna mia azione atroce perpetrata a qualcun altro, nessun errore irreparabile.
Poi tirando un sospiro di sollievo tornavo ad immergermi nella disperazione dell’ultimo film di Sidney Lumet, già immaginando la birra fresca di cui avrei avuto necessariamente bisogno una volta che il film fosse terminato.
È un film senza perdono e senza scampo. Un film bellissimo e angosciante, in cui due fratelli, entrambi con problemi di soldi, pianificano una rapina nella gioielleria dei genitori. Chiaramente niente va come previsto.
Bravissimi gli attori, soprattutto Philip Seymour Hoffman.
Ve lo consiglio, in particolare se pensate che le cose vi vadano male.
Capirete che non c’è limite al peggio e che in realtà la vostra vita scorre molto tranquilla.