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Archive for the ‘Cinema’ Category

Gran Torino

con un commento

di W.E.

locandina gran torino

Il ghigno di Walt, alla morte della moglie, diventa ancora più rabbioso, le sue parole e il suo sguardo più taglienti, le sue rughe più profonde. Non c’è più nessuno, tranne Daisy, cane fedele e innocuo, che riesce a comprendere e a stare vicino a questo reduce della guerra in Corea, ex dipendente della Ford, che vive ormai solo in uno dei quartieri più malfamati della città. Il rapporto con i figli e i nipoti è presseoché inesistente e si muove su maglie sbagliate, e la corazza di Walt sembra imprenetrabile, finché si troverà suo malgrado a difendere e a conoscere due ragazzi asiatici di etnia Hmong, fratello e sorella, che gli vivono accanto con la loro famiglia.
Gran Torino è bellissimo.
Eastwood parla di odio, amore, accettazione, colpa, perdono, vita e morte con una maestria incredibile. L’umanità di Walt, inabissata nei sui ricordi più neri e incancellabili, emerge nella scena finale, incontrando la giustezza di un atto che è insieme un vero atto di valore e di espiazione.

Written by w.e.

Marzo 15, 2009 alle 6:59 pm

Pubblicato in Cinema

Valzer con Bashir

nessun commento

di W.E.

locandina valzer con bashir
Finalmente vedo Valzer con Bashir, dopo averne sentito parlare a lungo. Ari Folman, regista israeliano, è testimone nell’82 del massacro di Sabra a Shatila. In quell’anno ha soli 19 anni e fa parte dell’esercito israeliano di stanza in Libano. Da questa esperienza prende spunto il suo film d’animazione, in cui egli stesso è protagonista alla ricerca del suo passato di giovane soldato, di cui non ricorda nulla. Per riportare alla memoria ciò che è stato rimosso intervista amici e conoscenti che in quegli anni hanno condiviso con lui l’orrore della guerra.
La scelta di usare l’animazione, e la modalità progressiva delle scoperte di Folman attraverso una forme di narrazione onirica (la maggior parte dei ricordi si riaffaccia attraverso sogni da decifrare), danno al film un’aria sospesa e malinconica, in cui irrompono con violenza i fatti realmente accaduti in Libano in quegli anni. Paradossalmente, il disegno rende gli eventi quasi più reali di come potrebbe fare una finzione cinematografica tradizionale, e nel contempo – improvvisamente – le immagini e i video di repertorio sul massacro dell’intero campo profughi di Sabra e Shatila spezzano definitivamente l’oblio del sogno e del tratto figurato: l’uomo è davvero capace di fare quello che ha fatto. Tutto è reale, realmente accaduto.
I riferimenti alle responsabilità dell’eccidio sono laterali, quasi ininfluenti: l’orrore è tale che la colpa e il peso (ma anche il dovere) della memoria diventano collettive e coinvolgono l’intera umanità.

Fast-wiki:
Il 16 settembre 1982, a seguito dell’assassinio del neo eletto presidente Bashir Gemayel, le milizie cristiano-falangiste entrarono a Sabra e Shatila e uccisero centinaia di civili (la stima, che non è mai stata accertata, va dai 460 ai 3500 morti a seconda della fonte) sotto gli occhi delle forze israeliane appostate ai confini dei campi.
Nonostante Elie Hobeika sia stato identificato come mandante del massacro, sembrano evidenti le responsabilità e l’implicazione di Ariel Sharon, allora ministro della giustizia, e di altri vertici politici internazionali – come lo stesso Elie Hobeika minacciava di rivelare di fronte alla Corte di Cassazione belga prima di essere assassinato nel 2002. La Corte di Cassazione aveva aperto nel 2001 il processo su Sabra e Shatila in base alla legge del 1993 che assegna competenza universale ai tribunali belgi per i crimini di guerra e contro l’umanità. Ma a causa delle pressioni internazionali dovute alle opposizioni di vari governi ad incriminare i propri leader, il parlamento belga rivide la legge riducendo di fatto l’universalità della competenza. La Corte di Cassazione del Belgio archiviò così le posizioni di Sharon e di altri politici mondiali.

Written by w.e.

Marzo 15, 2009 alle 6:16 pm

Pubblicato in Cinema

L’altro

con un commento

di W.E.

L’anno è agli sgoccioli, siamo a novembre quasi metà, e dopo l’evento del 4 novembre dubito che potranno essercene di più eclatanti. Detto questo, data la mia latitanza, e dato che nel frattempo ho visto tanti film e soprattutto dato che faccio fatica a ricordarmeli tutti, vorrei citarne almeno due.
Perché mi hanno colpito in particolar modo e perché secondo me contengono entrambi, pur essendo molto diversi, un’analisi attenta e drammatica di una delle caratteristiche fondamentali dell’attuale società occidentale (per non dire dell’attualissima Italia): la paura dell’altro.

Il primo è La zona di Rodrigo Plà. A Città del Messico, la Zona è un’autentica città nella città. Un muro la separa dalle vicine favelas, al suo interno trovano spazio quartieri residenziali di famiglie benestanti che ne stabiliscono le regole. Una notte, un fulmine fa crollare un cartellone pubblicitario che si abbatte sul muro. Il passaggio dall’altra parte, per tre ragazzi che passano il tempo in un autubus abbandonato è facile e quasi obbligato. Finiranno in una villetta a cercare di raggranellare un bottino ma due di loro saranno freddati senza quasi neanche il tempo di accorgersene. Il terzo, il più giovane, riuscirà a fuggire e a nascondersi. Per poi diventare vittima di una spietata caccia all’uomo per tutto il resto del film.
La Zona è un film crudo e cattivo, perché ci dice in faccia quello che stiamo per diventare: perenemmente spaventati da coloro che consideriamo diversi da noi, gelosi della nostra ricchezza materiale, e detentori di un personale e discutibile senso di giustizia.
La paura dell’altro non è mai stata così viva e così tangibile, lui incarna tutti quegli esemplari di uomo in grado di perpetrare il male proprio contro di noi, anche si trattasse solamente di rubarci la panchina (il riferimento non è casuale). Anche quando lui è poco più che un bambino. C’è poi un altro elemento basilare in questo film: una critica aspra al mondo adulto, che non è più in grado di raccogliere la fiducia delle nuove generazioni perché non è più in grado di ascoltarle con la modalità di chi ha ancora voglia di imparare.

Il vento fa il suo giro di Giorgio Diritti è già un piccolo cult. Un film autoprodotto (hanno contribuito tutti coloro che hanno partecipato alla realizzazione) e pressoché autodistribuito, inizialmente in poche sale italiane per pochi giorni, poi lungamente in alcune città come Milano e Roma. Ora per fotuna, è possibile trovarlo anche in DVD nei grandi circuiti distributivi e se lo affittate vi consiglio vivamente di vedere il backstage, in grado di spiegarvi il processo che ha portato a questa piccola opera d’arte.
Il film è ambientato in un paesino sperduto nella montagna di Cuneo, dove si parla ancora occitano (e dove gli abitanti sono meno numerosi della troupe): qui decide di trasferirsi insieme alla sua famiglia un ex professore che ha lasciato il mestiere per dedicarsi alla pastorizia. All’inizio viene guardato con circospezione, poi gli viene tributata una grande accoglienza. In seguito tornerà ad essere uno straniero.

Credo che questi due film andrebbero visti anche nelle scuole.
Penso che combattiamo già sufficientemente la paura dell’altro che è dentro di noi, che è poi l’unico modo per riuscire a conoscere il mondo e per vivere serenamente.
Mi piacerebbe infine che qualcuno cominciasse a sottolineare quanto sia rischioso alimentare questa paura, piuttosto che appropriarsene come se fosse un motto, stamparla su una bandiera e farla diventare un comune ed elementare dato di fatto.

Written by w.e.

Novembre 11, 2008 alle 2:15 am

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Joker

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di W.E.

La scomparsa di Heath Ledger è una cosa che proprio non mi va giù.
In The Dark Knight, grandissima prova di Nolan, Heath Ledger-Joker è eccezionale.
Jack Nicholson, già Joker nel primo Batman di Tim Burton, per cui ha incassato la bellezza di 60 milioni di dollari (richiese di essere pagato in percentuale sugli incassi) si è molto risentito della decisione di far interpretare a Ledger quello che fu il suo ruolo, per il quale avrebbe voluto essere ingaggiato nuovamente, o almeno essere interpellato in qualità di consulente.
Già molto prima dell’uscita del film si parlava dell’interpretazione di Ledger in toni entusiastici, ma ora, arrivato sullo schermo per non tornarci mai più, il Joker di Ledger ha definitivamente assunto la valenza del mito.
La follia del Joker è qui portatrice di una sorta di filosofia personale in cui la tensione al denaro e al potere – comune a tutti gli altri criminali – è annullata dal semplice gusto della sfida perpetua col rivale pipistrello. Il gioco è duro e si regge sul caos e il volere del caso, per questo niente è impossibile.
Il Joker non ha nulla da perdere, e mette continuamente alla prova l’integrità del suo avversario, il cui schema mentale continua a separare in modo netto il bene dal male e le cui azioni sono il risultato di ponderate scelte.
Il trucco slavato, i lati delle labbra cuciti malamente, i capelli scomposti sono la cifra del male che analizza attentamente la psicologia del nemico per andarne a colpire i punti più deboli.
Il gioco non riuscirà con l’incorruttibile Batman, ma avrà terribili conseguenze sul suo corrispettivo politico Harvey Dent.
Heath Ledger, la cui carriera ha avuto un impennata con la grande interpretazione di Ennis Del Mar in Brokeback Mountain, è stato trovato morto nel suo appartamento il 22 gennaio per un’overdose di farmaci.
Checché ne dica Jack Nicholson, sarà difficile anche solo pensare un altro Joker.

Written by w.e.

Agosto 10, 2008 alle 4:45 pm

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Film di dieci anni fa

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di Denni Romoli

1997, New York. Regista Amir Naderi, iraniano impiantatosi negli Usa un ventennio fa, che non sembra essersi lasciato catturare dallo sguardo dolciastro del turista capitato nella grandissima metropoli. Film di donne, da non scambiarsi per quelle pellicole che si definiscono malamente “al femminile”, che fa tanto quote rosa obbligatorie. Protagoniste Lucy Knight, Erin Norris, Sara Paul. Quest’ultima la potete ritrovare in Marathon, ultimo film del regista, del 2002. Prima di questi, Manhattan by numbers, del 1993. Trilogia su New York.
Una madre con la propria figlia, polaroid su polaroid di ricordi anticipatamente perduti. Una seconda donna, innocentemente dispersa, cerca una abitazione per liberarsi dalle pastoie morbose e annichilenti del suo compagno. Una terza, sulle tracce del suo cane e della sua compagna. Microcosmo impotente, di volontà vanificate. Tre storie invischiate sullo sfondo di una città che deforma il concetto di umanità, o meglio ne definisce una parte, centrando lo sguardo sulla progressiva desertificazione dei rapporti umani, sulla disabilità di una comunità individualista e sorda, sulla minoranza visiva dei disperati. Come ricorda Saramago in Cecità, siamo metà indifferenza e metà cattiveria. Ciò che non vediamo non esiste. E ciò che lentamente vediamo e lasciamo esistere, a volte, può ferire. Però, sembra suggerire Naderi, esiste un approdo, ed è fatto dalle lacrime che portano alla solidarietà tra esistenze paralizzate.

Written by w.e.

Giugno 7, 2008 alle 9:04 pm

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Gomorra

con un commento

di W.E.

Non era semplice trarre un film dal romanzo di Saviano, e la curiosità di scoprire che strada Garrone avesse intrapreso mi mangiava a morsi. Non avevo dubbi che fosse un bel film e Gomorra è un film più che bello. Né avevo dubbi che la scelta di Garrone sarebbe stata quella giusta. Lungi dal realizzare quello che avrebbe potuto facilmente e plausibilmente essere una sorta di documentario, Garrone sceglie quattro storie intrecciandole, inventando nomi e personaggi senza usare la precisione etnografica di Saviano (come sottolinea giustamente un mio amico). E ciò è proprio quanto permette alla trasposizione cinematografica di essere un’opera ottimamente riuscita – oltre ovviamente alla bravura degli attori (per la maggior parte alla prima esperienza), alla sapienza registica, e alla freddo e crudo senso di realtà che ti aggancia alla sedia. Come dice lo stesso regista “È un film apocalittico. Un film senza speranza.” La denuncia, come nel romanzo di Saviano, è tanto più forte quanto più le cose sono raccontate senza scalpore, nella loro bestiale quotidianità. Questa è la quotidianità di Casal di Principe, di Scampia, di Secondigliano ma non solo: del nord Italia, dell’Europa, degli Stati Uniti, in cui la Camorra non si traduce in morti ammazzati ma in un intricato sistema che coinvolge trasversalmente mille territori e mille settori commerciali e produttivi.
Alcune scene magistrali, e attori come Gianfelice Imparato e Salvatore Cantalupo – giusto per citare due nomi – che finalmente non fanno sembrare Toni Servillo una spanna sopra tutti.
Oggi in gara al Festival di Cannes.

Written by w.e.

Maggio 18, 2008 alle 5:19 pm

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La vita davanti a Marta

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di W.E.

Marta, laureata in filosofia teoretica, trova lavoro in un call center.
Qui tutte le strategie possibili sono utilizzate per motivare e insieme mortificare centraliniste e venditori.
I “capi” (Sabrina Ferilli e Massimo Ghini), temuti ed adorati, dietro il loro ostentato e finto successo, riversano sulle loro scrivanie le frustrazioni e i fallimenti della propria vita privata. Il difensore dei precari per definizione, il sindacalista Mastandrea, sembra non capire mai il contesto in cui si muove; la collega e coinquilina di Marta fa di tutto per rendere la vita impossibile a se stessa e a sua figlia, la mamma – a Palermo – è malata di cancro e il fidanzato – ormai ex – è a studiare a San Francisco.
Il quadro, disastroso, è reso da Virzì con un tocco leggero, simile al modo in cui la protagonista si muove tra gli eventi, allegra ma anche ferma, e poi riflessiva, e poi allegra di nuovo. Una Roma assolata sta dietro al tutto, e il film – una lettura insieme scanzonata, amara e surreale dell’italia di oggi – sembra sospeso come le scene che aprono e chiudono il film: l’intera città che balla e un pranzo in giardino che pacifica tre generazioni di donne.
Consigliato. Moltissimo.

Written by w.e.

Aprile 8, 2008 alle 11:31 pm

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Onora il padre e la madre

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di W.E.

Mentre ero dentro il cinema ho cercato più volte di uscire mentalmente dalla sala e guardare da lontano le mie giornate, facendo veloci salti indietro nel tempo. Il tutto per verificare che davvero non ci fosse nessun baratro, nessuna mia azione atroce perpetrata a qualcun altro, nessun errore irreparabile.
Poi tirando un sospiro di sollievo tornavo ad immergermi nella disperazione dell’ultimo film di Sidney Lumet, già immaginando la birra fresca di cui avrei avuto necessariamente bisogno una volta che il film fosse terminato.
È un film senza perdono e senza scampo. Un film bellissimo e angosciante, in cui due fratelli, entrambi con problemi di soldi, pianificano una rapina nella gioielleria dei genitori. Chiaramente niente va come previsto.
Bravissimi gli attori, soprattutto Philip Seymour Hoffman.
Ve lo consiglio, in particolare se pensate che le cose vi vadano male.
Capirete che non c’è limite al peggio e che in realtà la vostra vita scorre molto tranquilla.

Written by w.e.

Marzo 15, 2008 alle 8:57 pm

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Cous cous

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di W.E.

Ci sono tanti film che ho visto nell’ultimo mese e mezzo.
Nella settimana natalizia, mentre fronteggiavo il virus intestinale che mi allontanava dalla sacher e dai bombetti, e combattevo con le pagine di un sito infinito, ho avuto almeno un po’ di soddisfazione col cinema. Oltre a Nella valle di Elah, ho visto La promessa dell’assassino e Irina Palm.
Cronemberg è ormai parecchio fuori dal suo seminato, ma in generale non mi dispiace mai quando accade che un regista ti spiazzi. In verità l’aveva già fatto con History of Violence, e, secondo me, l’aveva fatto parecchio meglio. Questa volta si tratta solo di un buon film di genere. E forse neanche tanto buono per il genere. Né per Cronemberg. Niente di eccezionale insomma. A parte Viggo Mortensen, come direbbe qualcuno.
Irina Palm è stata una piacevole sorpresa. Irriverente, ironico, originale, commovente.
Poi Paranoid Park perché per gli ultimi film di Gus Van Sant ho un debole, e anche per questo, poi ho inciampato in Bianco e Nero perché volevo andare a vedere American Gangster ma ho sbagliato l’orario (e, ormai in città, l’unica altra scelta era il film di Moccia). Poi ho visto anche quello e ne ho evinto che Denzel Washington dovrebbe fare sempre il ruolo del cattivo.
E poi c’è Cous Cous.
Cous Cous – che, per chi non lo ha visto, non è una metafora – mi ha colpito. Per entrarci ci ho messo un po’, perché la macchina da presa segue per lunghissimi minuti una stessa scena, uno stesso volto, una stessa situazione. Non ci siamo abituati, non in questi termini. All’inizio lo spettatore ne può essere spaventato. Ma poi una sceneggiatura che non era dato immaginare prende piede a poco a poco e si rimane inchiodati allo schermo per scoprire il destino dei protagonisti, che sta tutto dentro due enormi pentole in giro per una piccola cittadina vicino a Marsiglia.

Infine, se ancora non avete visto La sposa turca, sappiate che state facendo un grosso errore. Ma siete ancora in tempo per rimediare.

Written by w.e.

Febbraio 3, 2008 alle 12:49 am

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Bandiere rovesciate

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di W.E.

Come molti film affrontarono a suo tempo le conseguenze del Vietnam sui reduci americani, così il bellissimo film di Paul Haggis riflette amaramente sulle condizioni in cui versano i giovani soldati statunitensi al rientro dall’Iraq. Un padre (un invecchiato ed impeccabile Tommy Lee Jones), sergente militare a sua volta ora in pensione, indaga sulla misteriosa scomparsa di suo figlio rientrato in patria per un congedo. La verità, che arriverà solo alla fine dopo estenuanti false piste, sarà molto più terribile del previsto. Rimane, oltre alla disperazione, una bandiera a stelle e strisce strappata e consunta che sventola alla rovescia.
Tra le maglie burocratiche e svogliate della polizia e l’omertà delle basi militari, tra i pixel sconenessi di filmati di cellulari e squallidi night club di provincia, emergono informazioni smangiucchiate, tutte quelle informazioni che quotidiani e televisioni ci forniscono in piccole stille o in grandi scandali per essere dimenticate con enorme facilità. Sono gli orrori di quella guerra, uguale a tutte le guerre, che può trasformare la violenza e le atrocità in barzellette, che distrugge la vita e pure le menti e a cui non si può dare alcun tipo di spiegazione.
Niente di nuovo, direte voi. Ecco, appunto. Che disastro.

Written by w.e.

Dicembre 26, 2007 alle 8:21 pm

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