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Joker

Pubblicato su Cinema by w.e. su Agosto 10th, 2008

di W.E.

La scomparsa di Heath Ledger è una cosa che proprio non mi va giù.
In The Dark Knight, grandissima prova di Nolan, Heath Ledger-Joker è eccezionale.
Jack Nicholson, già Joker nel primo Batman di Tim Burton, per cui ha incassato la bellezza di 60 milioni di dollari (richiese di essere pagato in percentuale sugli incassi) si è molto risentito della decisione di far interpretare a Ledger quello che fu il suo ruolo, per il quale avrebbe voluto essere ingaggiato nuovamente, o almeno essere interpellato in qualità di consulente.
Già molto prima dell’uscita del film si parlava dell’interpretazione di Ledger in toni entusiastici, ma ora, arrivato sullo schermo per non tornarci mai più, il Joker di Ledger ha definitivamente assunto la valenza del mito.
La follia del Joker è qui portatrice di una sorta di filosofia personale in cui la tensione al denaro e al potere - comune a tutti gli altri criminali - è annullata dal semplice gusto della sfida perpetua col rivale pipistrello. Il gioco è duro e si regge sul caos e il volere del caso, per questo niente è impossibile.
Il Joker non ha nulla da perdere, e mette continuamente alla prova l’integrità del suo avversario, il cui schema mentale continua a separare in modo netto il bene dal male e le cui azioni sono il risultato di ponderate scelte.
Il trucco slavato, i lati delle labbra cuciti malamente, i capelli scomposti sono la cifra del male che analizza attentamente la psicologia del nemico per andarne a colpire i punti più deboli.
Il gioco non riuscirà con l’incorruttibile Batman, ma avrà terribili conseguenze sul suo corrispettivo politico Harvey Dent.
Heath Ledger, la cui carriera ha avuto un impennata con la grande interpretazione di Ennis Del Mar in Brokeback Mountain, è stato trovato morto nel suo appartamento il 22 gennaio per un’overdose di farmaci.
Checché ne dica Jack Nicholson, sarà difficile anche solo pensare un altro Joker.

Film di dieci anni fa

Pubblicato su Cinema by w.e. su Giugno 7th, 2008

di Denni Romoli

1997, New York. Regista Amir Naderi, iraniano impiantatosi negli Usa un ventennio fa, che non sembra essersi lasciato catturare dallo sguardo dolciastro del turista capitato nella grandissima metropoli. Film di donne, da non scambiarsi per quelle pellicole che si definiscono malamente “al femminile”, che fa tanto quote rosa obbligatorie. Protagoniste Lucy Knight, Erin Norris, Sara Paul. Quest’ultima la potete ritrovare in Marathon, ultimo film del regista, del 2002. Prima di questi, Manhattan by numbers, del 1993. Trilogia su New York.
Una madre con la propria figlia, polaroid su polaroid di ricordi anticipatamente perduti. Una seconda donna, innocentemente dispersa, cerca una abitazione per liberarsi dalle pastoie morbose e annichilenti del suo compagno. Una terza, sulle tracce del suo cane e della sua compagna. Microcosmo impotente, di volontà vanificate. Tre storie invischiate sullo sfondo di una città che deforma il concetto di umanità, o meglio ne definisce una parte, centrando lo sguardo sulla progressiva desertificazione dei rapporti umani, sulla disabilità di una comunità individualista e sorda, sulla minoranza visiva dei disperati. Come ricorda Saramago in Cecità, siamo metà indifferenza e metà cattiveria. Ciò che non vediamo non esiste. E ciò che lentamente vediamo e lasciamo esistere, a volte, può ferire. Però, sembra suggerire Naderi, esiste un approdo, ed è fatto dalle lacrime che portano alla solidarietà tra esistenze paralizzate.

Gomorra

Pubblicato su Cinema by w.e. su Maggio 18th, 2008

di W.E.

Non era semplice trarre un film dal romanzo di Saviano, e la curiosità di scoprire che strada Garrone avesse intrapreso mi mangiava a morsi. Non avevo dubbi che fosse un bel film e Gomorra è un film più che bello. Né avevo dubbi che la scelta di Garrone sarebbe stata quella giusta. Lungi dal realizzare quello che avrebbe potuto facilmente e plausibilmente essere una sorta di documentario, Garrone sceglie quattro storie intrecciandole, inventando nomi e personaggi senza usare la precisione etnografica di Saviano (come sottolinea giustamente un mio amico). E ciò è proprio quanto permette alla trasposizione cinematografica di essere un’opera ottimamente riuscita - oltre ovviamente alla bravura degli attori (per la maggior parte alla prima esperienza), alla sapienza registica, e alla freddo e crudo senso di realtà che ti aggancia alla sedia. Come dice lo stesso regista “È un film apocalittico. Un film senza speranza.” La denuncia, come nel romanzo di Saviano, è tanto più forte quanto più le cose sono raccontate senza scalpore, nella loro bestiale quotidianità. Questa è la quotidianità di Casal di Principe, di Scampia, di Secondigliano ma non solo: del nord Italia, dell’Europa, degli Stati Uniti, in cui la Camorra non si traduce in morti ammazzati ma in un intricato sistema che coinvolge trasversalmente mille territori e mille settori commerciali e produttivi.
Alcune scene magistrali, e attori come Gianfelice Imparato e Salvatore Cantalupo - giusto per citare due nomi - che finalmente non fanno sembrare Toni Servillo una spanna sopra tutti.
Oggi in gara al Festival di Cannes.

La vita davanti a Marta

Pubblicato su Cinema by w.e. su Aprile 8th, 2008

di W.E.

Marta, laureata in filosofia teoretica, trova lavoro in un call center.
Qui tutte le strategie possibili sono utilizzate per motivare e insieme mortificare centraliniste e venditori.
I “capi” (Sabrina Ferilli e Massimo Ghini), temuti ed adorati, dietro il loro ostentato e finto successo, riversano sulle loro scrivanie le frustrazioni e i fallimenti della propria vita privata. Il difensore dei precari per definizione, il sindacalista Mastandrea, sembra non capire mai il contesto in cui si muove; la collega e coinquilina di Marta fa di tutto per rendere la vita impossibile a se stessa e a sua figlia, la mamma - a Palermo - è malata di cancro e il fidanzato - ormai ex - è a studiare a San Francisco.
Il quadro, disastroso, è reso da Virzì con un tocco leggero, simile al modo in cui la protagonista si muove tra gli eventi, allegra ma anche ferma, e poi riflessiva, e poi allegra di nuovo. Una Roma assolata sta dietro al tutto, e il film - una lettura insieme scanzonata, amara e surreale dell’italia di oggi - sembra sospeso come le scene che aprono e chiudono il film: l’intera città che balla e un pranzo in giardino che pacifica tre generazioni di donne.
Consigliato. Moltissimo.

Onora il padre e la madre

Pubblicato su Cinema by w.e. su Marzo 15th, 2008

di W.E.

Mentre ero dentro il cinema ho cercato più volte di uscire mentalmente dalla sala e guardare da lontano le mie giornate, facendo veloci salti indietro nel tempo. Il tutto per verificare che davvero non ci fosse nessun baratro, nessuna mia azione atroce perpetrata a qualcun altro, nessun errore irreparabile.
Poi tirando un sospiro di sollievo tornavo ad immergermi nella disperazione dell’ultimo film di Sidney Lumet, già immaginando la birra fresca di cui avrei avuto necessariamente bisogno una volta che il film fosse terminato.
È un film senza perdono e senza scampo. Un film bellissimo e angosciante, in cui due fratelli, entrambi con problemi di soldi, pianificano una rapina nella gioielleria dei genitori. Chiaramente niente va come previsto.
Bravissimi gli attori, soprattutto Philip Seymour Hoffman.
Ve lo consiglio, in particolare se pensate che le cose vi vadano male.
Capirete che non c’è limite al peggio e che in realtà la vostra vita scorre molto tranquilla.

Cous cous

Pubblicato su Cinema by w.e. su Febbraio 3rd, 2008

di W.E.

Ci sono tanti film che ho visto nell’ultimo mese e mezzo.
Nella settimana natalizia, mentre fronteggiavo il virus intestinale che mi allontanava dalla sacher e dai bombetti, e combattevo con le pagine di un sito infinito, ho avuto almeno un po’ di soddisfazione col cinema. Oltre a Nella valle di Elah, ho visto La promessa dell’assassino e Irina Palm.
Cronemberg è ormai parecchio fuori dal suo seminato, ma in generale non mi dispiace mai quando accade che un regista ti spiazzi. In verità l’aveva già fatto con History of Violence, e, secondo me, l’aveva fatto parecchio meglio. Questa volta si tratta solo di un buon film di genere. E forse neanche tanto buono per il genere. Né per Cronemberg. Niente di eccezionale insomma. A parte Viggo Mortensen, come direbbe qualcuno.
Irina Palm è stata una piacevole sorpresa. Irriverente, ironico, originale, commovente.
Poi Paranoid Park perché per gli ultimi film di Gus Van Sant ho un debole, e anche per questo, poi ho inciampato in Bianco e Nero perché volevo andare a vedere American Gangster ma ho sbagliato l’orario (e, ormai in città, l’unica altra scelta era il film di Moccia). Poi ho visto anche quello e ne ho evinto che Denzel Washington dovrebbe fare sempre il ruolo del cattivo.
E poi c’è Cous Cous.
Cous Cous - che, per chi non lo ha visto, non è una metafora - mi ha colpito. Per entrarci ci ho messo un po’, perché la macchina da presa segue per lunghissimi minuti una stessa scena, uno stesso volto, una stessa situazione. Non ci siamo abituati, non in questi termini. All’inizio lo spettatore ne può essere spaventato. Ma poi una sceneggiatura che non era dato immaginare prende piede a poco a poco e si rimane inchiodati allo schermo per scoprire il destino dei protagonisti, che sta tutto dentro due enormi pentole in giro per una piccola cittadina vicino a Marsiglia.

Infine, se ancora non avete visto La sposa turca, sappiate che state facendo un grosso errore. Ma siete ancora in tempo per rimediare.

Bandiere rovesciate

Pubblicato su Cinema by w.e. su Dicembre 26th, 2007

di W.E.

Come molti film affrontarono a suo tempo le conseguenze del Vietnam sui reduci americani, così il bellissimo film di Paul Haggis riflette amaramente sulle condizioni in cui versano i giovani soldati statunitensi al rientro dall’Iraq. Un padre (un invecchiato ed impeccabile Tommy Lee Jones), sergente militare a sua volta ora in pensione, indaga sulla misteriosa scomparsa di suo figlio rientrato in patria per un congedo. La verità, che arriverà solo alla fine dopo estenuanti false piste, sarà molto più terribile del previsto. Rimane, oltre alla disperazione, una bandiera a stelle e strisce strappata e consunta che sventola alla rovescia.
Tra le maglie burocratiche e svogliate della polizia e l’omertà delle basi militari, tra i pixel sconenessi di filmati di cellulari e squallidi night club di provincia, emergono informazioni smangiucchiate, tutte quelle informazioni che quotidiani e televisioni ci forniscono in piccole stille o in grandi scandali per essere dimenticate con enorme facilità. Sono gli orrori di quella guerra, uguale a tutte le guerre, che può trasformare la violenza e le atrocità in barzellette, che distrugge la vita e pure le menti e a cui non si può dare alcun tipo di spiegazione.
Niente di nuovo, direte voi. Ecco, appunto. Che disastro.

Adua e le compagne

Pubblicato su Cinema by w.e. su Dicembre 5th, 2007

di W.E.

Ieri, in preda al desiderio di divanizzarci davanti a un film, senza novità e alle prese con le solite cassette e i soliti dvd, iniziamo a vedere Partitura incompiuta per pianola meccanica di Michalkov.
Capiamo dopo i primi dieci minuti che non è precisamente il film adatto per una serata in cui il raffreddore ti ottenebra tutta la parte superiore del cervello.
Così optiamo per Adua e le compagne di Pietrangeli.
Un film tutto al femminile (come quasi tutti gli altri, mi dicono, io di Pietrangeli ho visto ben poco) in cui quattro prostitute decidono, alla chiusura delle case di tolleranza, di continuare a lavorare nascondendo l’illegalità dietro la faccia di una trattoria.
Il problema però è che la trattoria comincia a funzionare, e che le quattro donne realizzano di preferire questa nuova vita (una sta per trovare marito, un’altra può finalmente vivere con il figlio piccolo) a quella a cui erano da anni abituate.
Una commedia amara che sonda con delicatezza l’animo femminile, la cui forza è grande ma pur sempre limitata dal contesto sociale e culturale e dall’universo maschile (qui a salvarsi, sono giusto un prete e un bambino).
Bellissima Simone Signoret e una dirompente interpretazione di Sandra Milo.

The pledge

Pubblicato su Cinema by w.e. su Novembre 25th, 2007

di W.E.

Ecco, meno male che a distanza molto ravvicinata da Sleuth, ho visto The Pledge.
Dal romanzo di Dürenmatt, Sean Penn costruisce il declino di un poliziotto in pensione (Jack Nicholson) che promette ad una madre di trovare lo stupratore e assassino di sua figlia. Così, invece di dedicarsi alla pesca, tutti i suoi passi saranno in direzione della ricerca dell’uomo misterioso, fino ad un’ossessione cieca.
Alla fine, l’unico avversario del poliziotto dalla valente - e ormai passata - carriera sarà il caso. Un film bellissimo, che consiglio spassionatamente.
Fate in modo che il dvd sia in buono stato. Io, tra gli intoppi del computer, ho perso la conversazione del poliziotto con Vanessa Redgrave.

Un’altra giovinezza

Pubblicato su Cinema by w.e. su Ottobre 30th, 2007

di W.E.

L’ultimo film di Coppola è tratto dal romanzo di Mircea Eliade, la storia di un professore settantenne, Dominic Matei, che il giorno in cui decide di suicidarsi viene colpito da un fulmine e anziché morirne, miracolosamente, ne uscirà di nuovo giovane e dotato di memoria e poteri sovrumani.
Coppola autoproduce, scrive e dirige il film, sembra che proprio non possa fare a meno di lavorare sui temi affrontati dal filosofo e storico delle religioni Eliade. E, in effetti, come biasimarlo?
Il tempo e il linguaggio (le cui origini sono oggetto della ricerca di Matei dalla sua “prima” giovinezza) sono i due grandi temi che tessono la trama e portano scompiglio nelle vite dei personaggi.
La lunga ricerca di Matei, che parte lontana fino ad attraversare gli anni della seconda guerra mondiale, dell’allunaggio e più oltre, è infinita e quasi impossibile, niente è come sembra ed esiste sempre qualcosa che si trova aldilà e che sarà sempre ignoto.
Coppola rovescia la camera nei sogni dei protagonisti, Roth offre una meravigliosa doppia interpretazione.
È un film amaro e dolente, ora pieno di speranze, ora congelato nella neve. Ed è un film che parla della vita, del concetto di perdita insito nell’arrivo della vecchiaia, parla di rinuncia, di scelte, di amore.
Youth without youth, il titolo originale, diciamo che stavolta gli italiani se la sono cavata abbastanza bene.