No persone
di W.E.
Ho sempre lamentato alcuni atteggiamenti dei miei attuali padroni di casa.
Ma ora che devo andarmene, quasi mi stanno diventando simpatici.
Come mai? Perché per interposte persone (agenti immobiliari [brivido]) comincio a conoscere quelli che, potenzialmente, potrebbero diventare i miei nuovi locatori.
E mi accorgo che per me è pressoché impossibile affittare un qualsiasi appartamento.
Andiamo per esclusione (lasciando da parte, per una volta, il tasto più dolente: il prezzo):
- Appartamenti solo per studenti (periodi transitori).
- Appartamenti solo per nuclei familiari.
- Appartamenti solo per lavoratori dipendenti.
- Appartamenti solo per lavoratori dipendenti con contratto a tempo indeterminato.
- Appartamenti solo per nuclei familiari di lavoratori dipendenti.
- Appartamenti solo per nuclei familiari di lavoratori dipendenti con contratto a tempo indeterminato.
- Appartamenti solo per operai (?).
- Appartamenti solo per referenziati (la mia domanda è: rientro nella categoria? Quand’è che uno è referenziato?)
- Appartamenti solo persone massima serietà (anche qui ho qualche dubbio: dov’è la soglia? Io comunque mi sa che non ci rientro).
- Appartamenti solo per referenziati massima serietà (l’impossibile).
- Appartamenti “no bambini, no animali, no fumatori…”.
Aspetto solo questo: “Bell’oggetto, appartamento finemente ristrutturato, bla bla bla…, NO persone“.
Con la lama tra i denti
di W.E.
W.E. soffre ultimamente di un male grave, riuscendo con difficoltà a sopperire alla mancanza di un elemento necessario alla sua vita quotidiana: l’ADSL (trovate qui i sintomi della malattia).
W.E. ringrazia coloro che nonostante non sia stato postato niente di nuovo da più di due settimane, continuano a navigare queste pagine.
W.E. promette che presto sarà di ritorno, per narrare dettagliatamente innumerevoli vicende, film visti, aneddoti ascoltati, e soprattutto per scrivere lungamente della sua incessante, dolorosa, agguerritissima battaglia con i gestori italiani di telecomunicazioni tutti.
S.Stefano
di W.E.
E con oggi mettiamo già fine al sonno pomeridiano sul divano, ai pranzi che durano fino all’ora di merenda, alle lunghe pause fatte di tè e di tisane, alle palpebre allentate che sorridono allo stomaco tronfio. Giornate sempre troppo brevi.
Nel frattempo abbiamo guadagnato una nuova soluzione al freddo che si chiama scaldamaterasso elettrico, abbiamo visto i figli cresciuti di amici lontani, i parenti tutti almeno da un lato e molte altre cose ancora.
Domani torneremo al computer e ai problemi della telefonia, non prima di aver congedato questo Natale con un ultimo, meritato, piatto di cappelletti in brodo.
San Antonio San Antonio
di W.E.
In Paraguay hanno la soluzione per le single disperate.
Ad un’amica che ci va spesso per lavoro, due ragazze, allarmate dal suo prolungato stato di zitellaggio, le hanno regalato una statuina di Sant’Antonio.
Pare che si debba tenerla a testa in giù (comunque in un ambiente di rispettosa e religiosa venerazione, ceri etc.) e ogni due per tre redarguire il santo con queste parole:
“San Antonio San Antonio, haz que encuentre novio.
Hasta que no me encuentres novio no te voy a poner bien!”
Una volta trovato il fidanzato, bisogna rimettere il santo dritto.
La mia amica gira con la statuina capovolta nella valigia, e quando le parla usa pure il dito a mo’ di minaccia.
Pare che già qualche seppur poco duraturo risultato il rito l’abbia dato.
Ma deve lottare duramente con la signora delle pulizie che ogni volta che le va a sistemare casa rimette il santo dritto.
Fronte del banco #5
di Mr Torrance
- Ragazzi, chi di voi sa dirmi chi ha scritto la nostra Costituzione?
- Forse io lo so…
- Dillo allora, non preoccuparti!
- Vittorio Gassman.
Parenti divertenti
di W.E.
Tra le cose più divertenti sentite di recente risultano primi in classifica senza ombra di dubbio i racconti di mia sorella.
Mia sorella e la squadra aziendale al completo che vanno in un locale messicano per un addio al nubilato, su esplicita richiesta della futura sposa tutti vestiti di rosa con annessa parrucca.
Mia sorella che va a mangiare sushi ignara dell’esistenza e della consistenza del wasabi: lo raccoglie praticamente tutto col cucchiaino e lo spalma sul sashimi, pensando che si tratti di salsa aglio e prezzemolo e poi cerca per il resto del tempo di non vomitare.
Mia sorella che siccome non le concedono la pausa per la merenda si porta tè e fette biscottate da casa e alle cinque in punto in ufficio si mette a inzuppare le seconde nel primo davanti al computer.
Mia sorella che racconta le cavolate che le ho detto prima di dormire senza che io ne abbia ricordo alcuno perché vengo da un festa di matrimonio a base di vino.
E poi, dovreste vederla mentre gioca a Taboo.
Vorrei avere anche solo un quarto della capacità che ha lei di far ridere la gente.
Cristo!
di W.E.
Vengo via dalle Marche quando i giovani cominciano ad invadere le piazze in preparazione all’evento.
Ho casualmente e fortuitamente scelto di partire il giorno prima della messa di Tettamanzi in centro.
Ok non mi lascerò vincere dalla tentazione di fare le solite polemiche: mentre cammino per tornare alla macchina mi faccio forza per non produrre facili commenti anche solo pensati, cerco di dirmi che ognuno è libero di manifestare le sue idee, di credere in quello che vuole, in fondo il clima è un bel clima…mi ferma una ragazza con un gran sorriso.
“Mi scusi, posso…”
No, no. E dai, stavo appunto cercando di evitare i pensieri cattivi.
“Scusa, sono un po’ di fretta (era vero, giuro)”.
“Ah va bene, volevamo solo dirvi che Cristo vi ama, che Cristo è risorto…”
Eh no, no dai dai. Porca vacca. Porca vacca. Che dico? Che dico?
Con la tolleranza improvvisamente dissolta nei 34 gradi di umidità, cercando di fare in modo che il ghigno arrivi tra poco e non subito, pensando alla frase meno infelice da poter dire, aiuto aiuto che dico?
“Grazie.”
Neurospiagge
di W.E.
Nella maggior parte delle spiagge cosiddette “attrezzate”, come sappiamo, molte sofferenze vengono inflitte al bagnante.
La prima è quella dei 7 centimetri di separazione dall’ombrellone del vicino.
Le implicazioni sono molteplici. Generalmente è facile avere come vicini (da tutti i lati, quindi siete circondati) famiglie in vacanza. E fin qui nulla di male.
Il problema è che – ditemi se sbaglio – la maggior parte degli adulti componenti queste famiglie sono genitori stressati, iperprotettivi, isterici e urlatori. I loro figli, vessati da tali individui, sono conseguentemente schizofrenici, in grado di passare con una certà abilità dal piagnisteo alla ribellione totale.
L’alternativa è il genitore che concede al piccolo di tutto e di più, conseguentemente il piccolo sembra una bestia che ha appena divelto le sbarre della sua gabbia.
Io non so se noto solo i casi disperati ma vi dico che se anche così fosse significa che i casi disperati sono parecchi.
Pure mia nonna sa che non è proprio pedagogicamente corretto dire ad un bambino “Se non mangi chiamo il lupo cattivo che è lì dietro il bosco” eppure continuo a sentirne diverse varianti più o meno ammodernate.
La seconda implicazione è la questione dell’ombra. Bisogna stare attenti a prendersi l’ombra giusta e non quella proiettata dall’ombrellone del vicino. Il che badate, non è una cosa da nulla.
Potreste incappare nel turista del giorno che viene lì e vi fa: “Mi scusi, potrebbe spostare il suo culo dalla mia ombra?”.
Tra parentesi vi ricordo che l’ombra gira, per cui è tutto uno spostare i lettini.
E non provatevi a stendervi a terra perché potreste essere malamente calpestati.
Volevo poi accennare ad un’altra sofferenza, ben più grave in quanto emanazione di una volontà precisa: sicuramente responsabilità di un amministratore vandalo che un bel giorno ha disposto la relativa ordinanza comunale.
Alle ore 11 e alle ore 17, su tutte le spiagge dello stesso litorale, partono i megafoni.
Con pubblicità di negozi e ristoranti, programma dei cinema all’aperto e quel che è peggio, musica non richiesta. Il tutto ad un volume così alto che è addirittura impossibile sentire il fragore familiare di cui sopra.
Meno male che uno può ottundersi le orecchie in mare.
Mostri marini
di Silvia
Dopo una giornata di caldo asfissiante ci rinfreschiamo seduti sul molo di un pittoresco paesino di mare. Il sole è appena sparito all’orizzonte dipingendo il cielo e il mare con splendidi colori; bellezza, pace e tranquillità tutto intorno a noi e gran soddisfazione nell’anima.
Ad un certo punto ci accorgiamo che si sta avvicinando molto lentamente una grande imbarcazione: peschereccio? Nave da turisti?
Facendosi più vicino distinguiamo un panfilo (o almeno penso si chiamino così) ENORME, si avvicina sempre di più e lentamente inizia a fare soavi movimenti per attraccare proprio accanto a noi.
Ora ci sta di fronte, è grandissimo, bellissimo, scintillantissimo, di un lusso esagerato (più di Love Boat).
Mentre prosegue le sue manovre con gran classe e tranquillità penso: apparterrà ad una sola persona? E CHI può permettersi tanto?
Ad un certo punto dall’alto dell’enorme imbarcazione arrivano delle vocine gioiose, due testoline appaiono, ci salutano uscendo dalla piscina e corrono via.
È in quel preciso momento che dalle profondità del mare esce fuori un enorme mostro marino:
Aveva un muso lungo e appuntito, e sfiatava come una balena, aveva pinne lunghe e larghe,
e il suo corpo era come coperto da pelle coriacea, attorcigliato su se stesso e dalla pelle raggrinzita. (Hans Egede)
Le squame dorate scintillano alla luna, spalanca la sua maestosa bocca e ingoia il panfilo interamente, trascinandolo con sé nel silenzio e nell’oscurità del mare.
Ce ne andiamo, conto a passi la lunghezza dell’imbarcazione: 40 metri (più o meno). Credo che nessun mostro marino, neanche quello descritto dal missionario Hans Egede, avvistato nel 1734 alle coste della Groenlandia, potrebbe mangiarsi una cosa di 40 metri.
Intanto l’imbarcazione ha terminato le sue manovre di attracco e un nugolo di turisti si avvicina incuriosito ed estasiato per mirare tanta bellezza, scattano foto come davanti al più famoso dei monumenti e sono in trepida attesa: chi sa quale beltà uscirà da tanta ricchezza!
Lungo la strada verso casa guardo il mare, in lontananza fra le increspature dell’acqua mi sembra di scorgere un luccichìo, come di squame dorate che brillano alla luna.
Keith Jarrett e la Coca-Cola
di Mr Torrance
Quando arriviamo in platea e ci sediamo ai nostri posti il senso di tensione per l’attesa è grande. Sono anni che sogno di ascoltare dal vivo Keith Jarrett, e stasera finalmente potrò farlo. Un ritardo di appena mezz’ora e il pianista è sul palco, accompagnato da Gary Burton e Jack DeJohnette. Il pubblico accoglie il trio con un’ovazione, e io sono fra quelli che applaudono più forte. Jarrett dà una rapida occhiata alla platea commossa e si avvicina al microfono.
“Io non parlo italiano” – dice – “per questo spero che chi fra voi conosce l’inglese si prodighi per tradurre il discorso che sto per fare. Vorrei dire a tutte le teste di cazzo (“assholes”) con la loro fottuta macchina fotografica accesa di spegnerla immediatamente (“right now” con quel “now” pronunciato “neaooooou” con un tono che fa tanto John Wayne – ndr). Al primo dannato flash, io, Gary e Jack ci riserviamo il diritto di alzarci e andarcene da questa città del cazzo (“fucking town”)”.
E qui finisce la predica. Qualcuno fra il pubblico fischia, ma più che il disappunto è una sorta di stordimento incredulo che si fa strada nella maggior parte di noi. Abbiamo pagato fior di quattrini per ascoltare un artista che amiamo e quello sale sul palco e mentre lo applaudiamo ci insulta urlando al microfono. Il clima di tensione è tangibile, e Jaco, che è seduto accanto accanto a me, controlla ossessivamente di aver spento il cellulare, per il terrore che gli possa squillare durante il concerto. A questo punto penso di non essere più in grado di godermi il concerto.
Jarrett si siede al pianoforte, di spalle al pubblico, e inizia a suonare. Al secondo pezzo, senza neanche rendermene conto, sto piangendo. Me ne accorgo quando mi passo una mano sulla faccia e trovo le mie guance bagnate. Incredibile, mr. Jarrett. L’incantesimo si ripeterà in occasione di altri due brani: una ballad lenta, costruita insieme ai suoi compagni, e una versione sublime di Django di John Lewis. Una magia. Jarrett è capace di prenderti per mano e portarti a passeggiare in Paradiso.
Peccato che alla fine di questa passeggiata ci aspettasse un altro calcio in culo.
Quando il trio torna sul palco per i bis, infatti, un cretino seduto in platea scatta una foto. Jarrett si abbandona ad un commento laconico: “Ok, questo vuol dire che abbiamo finito qui.” Il trio abbandona il palco e Perugia.
Amareggiati e delusi, Jaco ed io ci avviamo alla macchina parlando della musica ascoltata, di una formula ormai cristallizzata, ma in grado di dare ancora grandi emozioni. Ma anche questo non giustifica un atteggiamento del genere. Jarrett pensa di essere Beethoven, e non è così. E comunque, anche se fosse Beethoven, non dovrebbe permettersi di rivolgersi in questo modo al suo pubblico. Penso agli altri grandi del Jazz, come Miles o come Mingus, anche loro irascibili e violenti, ma rispettosi del loro pubblico. Chi non rispetta il pubblico difficilmente è un grande artista.
Nel frattempo, stamattina leggo su Repubblica che Umbria Jazz ha deciso di rompere i rapporti con Jarrett. Il direttore della rassegna confida al quotidiano di essere stanco delle bizze del musicista e dice di Keith Jarrett che “il musicista è sublime, l’uomo molto discutibile”. Concordo e ripenso a quello che mi è stato detto, a fine concerto, da un fan infastidito dal mio disappunto: “Jarrett è così, prendere o lasciare”. “Lascio, lascio molto volentieri”, penso, sulla strada del ritorno a casa.
Poi, però, mi dico che se mai Jarrett dovesse tornare a Perugia, io lo ricomprerei il biglietto. Organizzerei una campagna per finanziare tutti gli spettatori dell’altra sera, convincendoli a tornare, per il bene dell’arte e della musica. Un’ora prima del concerto andrei al supermercato e comprerei 10.000 bottiglie da due litri di Coca-Cola. Mi metterei all’ingresso e le distribuirei a tutti, una ad una.
Come d’accordo, aspetteremmo tutti Jarrett, in un composto e serioso silenzio. Anche gli applausi, sobri ed educati. Più o meno a due brani dalla fine, inizieremmo a bere dalle nostre bottiglie. Molto avidamente. Attenderemmo con pazienza l’inchino del nostro sul proscenio, a fine concerto.
E, al momento della sua massima prostrazione, ci alzeremmo in piedi liberando i nostri ventri della nostra pazienza, con un meraviglioso rutto all’unisono. Per te Keith, la nostra poesia sonora, direttamente dai nostri stomaci, direttamente da questa città del cazzo.



