Veleno
di Simone Ceccherini
Il veleno, le vene, la vita, il cuore, il sangue, l’amore, una successione abusata, nota. Cerco antidoti razionali, intanto la composizione del sangue cambia. Inesorabilmente. È già successo, sono preparato, e non è vero. È la dose che fa il veleno, lo ripeto da giorni. Mi ero tolto la corazza, un bel peso, lo stesso che non ho dato a quell’animaletto. Ricordo e combatto con frammenti di immagini, pressioni sulla pelle, odori che mi par di sentire. Disegno e cancello i miei progetti e le mie aspirazioni. Bestemmio e scazzotto quando l’assillo mi fa trasalire e bagna i palmi di un unto malato. Organizzo una difesa, una reazione. Il morso che spezza unisce. La rottura diventa un’opportunità. Organizzo la resa, a me stesso.
Innamorarsi senza vedere
di Denni Romoli
La Rita, donna immaginata per 40 lunghi anni, amata senza essere vista, posseduta da colori e tela, nobilitata e sconosciuta. Guido Boni, illustre ospite del refettorio mentale della Tinaia, in Firenze.
Qui si può trovare qualcosa delle immagini, del sentire degli ospiti di questo refettorio. Mai tanto distaccato da quello che noi chiamiamo intellettualismo. Orribile, deprecabile trasfigurazione dello sviluppo umano, ritenere che il nostro pensiero possa sopravanzare e distaccare ciò che sentiamo, nostro e tuo, suo, altro.
Guido Boni, alias ognuno di noi. Di quanto vediamo e pensiamo, tanta parte ricade nell’immaginario, nella psicosi dell’innamoramento, quanto mai lontano dal vedere.
C’è un bel libro, Inno alla durata, di Handke.
E Opinioni di un clown, di Boll. “Che cosa vuoi, in conclusione’”. “Te”, risposi, e non so se vi sia qualcosa di più bello da dire a una donna.
Vedere, davvero, ciò che abbiamo davanti, l’altro che si frappone e condanna le nostre aspettative, fortunatamente, e ci riporta una dimensione diversa. Diverso, altro, sconosciuto, conoscibile.
Si legge il tuo blog e non si conosce davvero chi si pone come interlocutore, per quanto portatore di parole, sentiti, esperienze. Senza un volto, come Rita, immaginata e vissuta come parte di sé. Persona senza un volto. E questo lascia spazio al vedersi internamente: “chi sei?” diventa “chi sono?”.
E questa, probabilmente, è una delle cose più dolci e profonde della vita.
Perdona il delirio, questa sera un tasso alcolico leggermente superiore allo smaltimento concesso dal mio beneamato fegato.
Lasciare il segno
di W.E.
Altre speculazioni fresche di giornata.
Riflettevo l’altra notte sulla necessità nel segnare opportunamente il punto in cui si è arrivati a leggere un libro. Non che si tratti di un gran problema, in effetti. Soprattutto se la lettura prosegue dalla sera precedente e non è un romanzo russo quello che avete fra le mani (purtroppo ho avuto sempre enormi problemi con i nomi dei personaggi).
Ma ultimamente mi è capitato, cosa che non mi succedeva da tempo, di soccombere al sopravvenire del sonno senza riuscire neanche a completare il periodo. Le palpebre si abbassano come un bagagliaio difettoso, la testa ciondola pericolosamente. Per fortuna non ho mai dormito su un letto che non avesse un muro alle spalle, ciò non toglie che la cosa sia scocciante.
Ritorni all’inizio della frase, riprendi a leggere, ma il tentativo è vano perché luoghi e personaggi si perdono in una nebbia sempre più fitta, le lettere si trasformano e c’è spazio solo per la rinuncia. Niente di grave, anzi è meraviglioso affiancare la sicura assenza di inutili veglie al tepore delle coperte.
Ma la sera successiva sarà sicuramente più difficile ricordarsi a che punto della pagina le membra hanno allentato la tensione e il cervello si è spento.
L’orecchia è utile. A differenza del segnalibro, lei ti dice subito qual’era la facciata esatta. E se tu hai la buona abitudine di fermarti alla fine di un paragrafo, non rischerai di rileggere cose già lette.
(Nel caso sopracitato si scoprirà comunque, nel rileggere, che il sonno non aveva permesso a numerose frasi di raggiungere qualche zona neuronale). Però fare l’orecchia alla pagina mi sa sempre di irrispettoso, vai a capire perché. Anche se i libri sono miei e volendo potrei decidere pure di bruciarle le pagine.
Diverso è il caso della sovracopertina. Direte voi: anche la sovracopertina permette di segnare la facciata. Ha due ali fatte apposta. Attenzione, non è mica vero. Le ali funzionano in tal senso solo se
il volume è di assai modeste dimensioni. Solo se le pagine sono poche. In caso contrario, si userà l’ala sinistra per la prima metà del libro e quella destra per la seconda metà. O no?
Infine sussiste un’ultima questione. Che ha poco a che fare col segno da lasciare, o forse molto.
Sottolineare un libro. Un’amica si è stupita nel rilevare che io non sottolineo niente di quello che leggo. Io sottolineo quando leggo per studiare, o per memorizzare. Ma mai quando la lettura è lettura pura, per piacere. Che errore madornale, in effetti. Nell’ultimo libro che ho finito, che mi è sembrato ottimamente scritto e che mi è molto piaciuto, avrei potuto, dovuto sottolineare milioni di cose. Ma sul momento non ci pensavo. Anche se ritornavo tre, quattro volte su alcuni periodi e alcune frasi che mi colpivano particolarmente. Ci ho pensato dopo, una volta finito. Questa è la noiosa forza dell’abitudine. La prossima volta uscirò al gelo che si appoggia sulle mie coltri non per controllare se lo scarico del bagno perde o per buttare fuori il gatto, ma invece, per affilare la punta di una matita e appoggiarla sul comodino.
L’Italia che si spegne in rete
di W.E.
È del 7 ottobre l’amara ma decisa dichiarazione di Rutelli: il ministro è pronto a decretare la morte di Italia.it.
Sì, stiamo di nuovo parlando dello scandalo italiano, di quel carrozzone che tutti gli effetti ha avuto tranne quello per cui è stato realizzato: promuovere il turismo e l’immagine del nostro stivale.
Dopo mesi di recriminazioni e critiche anche i vertici prendono atto del fatto che il portale non rappresenta altro che un nuovo fallimento tutto italiano e siccome è tutto italiano, è un fallimento che è costato 45 milioni di euro, dispersi in mille maglie e passaggi.
Pochissime visite sul sito, malfunzionamenti ed errori madornali a livello di contenuto, basso ranking nei motori di ricerca. Il peggio del peggio.
Non voglio qui entrare di nuovo nel merito di ciò che altrove è stato alla base di attente e scrupolose analisi e di cui si è già parlato, ma vorrei invece fare una riflessione un po’ più ampia sul merito dell’idea, quella che precede il via ai lavori, gli appalti alle aziende, l’esborso di finanziamenti.
Io credo che un portale come Italia.it, anche fosse stato impeccabile, non avrebbe avuto successo.
Qualsiasi informazione sulla rete, settore turistico a parte, ha tanto più valore quanto più è specifica, ricca, dettagliata. Questa è la rivoluzione della rete. La possibilità di trovare, se si naviga bene questo mare, risposte precise alle proprie domande. Non a caso i siti e i blog più utili sono quelli settoriali, che si focalizzano su un tema e ne esplorano tutte le sfumature.
Così allo stesso modo, se io voglio organizzarmi un viaggio con l’aiuto del web, o voglio trovare notizie ed informazioni su un luogo o un evento, tenderò al particolare e non al generale.
Se io vado su Internet perché voglio fare un viaggio in Italia, non andrò mai a cercare “Italia” sul motore di ricerca.
Un portale che vuole contenere informazioni su un intero Paese e promuoverne l’immagine non potrà che essere generalista, approssimativo, soffermarsi su ciò che è più noto, famoso, rilevante “a livello nazionale”.
E quindi, in definitiva, contribuire a quell’immagine superficiale e da cartolina di cui sono zeppe le bancarelle di mille piazze. E soprattutto non potrà mai essere così dettagliato su un Comune, ad esempio, come il sito del Comune stesso, o su un evento come al pari del sito che diffonde e promuove quell’evento.
Al contrario, la mole di lavoro per tenere in piedi un portale funzionale, dettagliato, quotidianamente aggiornato su tutto ciò che accade in una nazione avrebbe bisogno di uno staff composto da molte persone (competenti) che lavorasse a tempo pieno tutti i giorni.
Mi si potrebbe obiettare che l’intenzione è quella di fornire semplicemente un orientamento al turista, un mezzo per muoversi meglio tra le numerose risorse che parlano dell’Italia.
Torniamo al discorso di prima: non ce n’è bisogno. Perché di partenza, l’utente deve per forza contestualizzare la sua ricerca, deve delimitare il mare per riuscire a trovare qualcosa, deve specificare il più possibile. E facendo questo non arriverà su Italia.it.
La scommessa non è all’avanguardia, non è in linea con i principi su cui Internet si muove e su cui tutti i siti, in particolare quelli istituzionali, dovrebbero muoversi:
la ricchezza e la specificità dell’informazione e la totale mancanza di gerarchia nella sua gestione, la partecipazione e condivisione di risorse finalizzate alla costruzione di progetti come l’opensource, l’importanza dell’usabilità, dell’accessibilità e della funzionalità delle strutture (cioè la supremazia del punto di vista di chi andrà ad usufruire di quella risorsa su quello di chi la costruisce).
Sono tutti concetti, tecnologia e web a parte, che l’Italia fa in assoluto fatica a fare suoi.
Infine, investire nella rete significa investire nei giovani (il web appartiene a chi, a volere essere generosi, ha dai 40 anni in giù). Significa investire nella loro capacità di creare e innovare, progettare, decidere, che non è uguale a renderli meri esecutori di un progetto malpartorito a monte.
Accendini rubati
di W.E.
Lungo il tuo sguardo sulla valle qualcuno provvidenzialmente ti porta la felpa ogni sera dimenticata. Arriva una birra fresca mentre tu osservi in controluce come si smonta un pianoforte e ti maledici perché ogni sera, oltre alla felpa, dimentichi sempre anche la macchina fotografica.
La fretta ti fa appoggiare male un piede, la notte inoltrata ti spegne quasi gli occhi ma non le risa e nel paese deserto fatichi a raggiungere il letto, anche se il silenzio già ti culla nel sonno.
L’aria è così fresca, e sembra di sentire le braccia più forti, e le gambe. E la testa. Che è piena della giornata e di quella prima, eppure già pronta per quella successiva.
E poi le persone e i loro racconti. In mezzo alla musica e ai cavi, dietro ad un bicchiere di vino i consigli e i ricordi di eventi folli.
Gli accendini si mescolano nelle borse, nelle tasche e tra le mani di tutti, la sigaretta in bocca e gli occhi che chiedono il fuoco e a volte ruberebbero ben più di un accendino.
Se solo il tempo, le circostanze, le proprietà.
Se non fosse che sono stretti come l’arco di quella rocca ora spenta.
Meglio tardi che mai
di Silvia
(Girovagando su Wikipedia)
In questa bella giornata di sole mi accingo alla lettura di un testo di Isaac Newton.
Per capire meglio alcuni passaggi mi faccio una giratina su Wikipedia (ma come facevamo prima??!!!!)
Faccio una carrellata su Cartesio, Copernico. Galilei: vita, opere, scoperte scientifiche.
Ad un certo punto leggo:
1633 - Galileo fu riconosciuto colpevole di “aver tenuto e creduto dottrina falsa e contraria alle sacre scritture, che il sole non si muova da oriente a occidente e che la terra si muova e non sia al centro del mondo” vedi Sentenza di Galilei,
cosa che faccio subito, e leggo anche l’Abiura di Galilei.
Torno alla pagina iniziale che continua…
- Galileo si spense nel 1642 circondato dai suoi allievi e tumulato nella basilica di Santa Croce a Firenze.
Nel corso dei secoli che seguirono la Chiesa modificò la propria posizione nei confronti di Galileo. Nel 1757 il Sant’Uffizio nobilitò la sua figura ma fu solo nel 1992 (la data è scritta grande!) che viene ritirata la condanna allo scienziato, e vengono fatte le scuse per aver ingiustamente condannato non solo il fondatore della scienza moderna ma indiscutibilmente una della menti più brillanti.
COGITO ERGO SUM diceva Cartesio
AI POSTERS L’ARDUA SENTENZA, come dice un mio amico.
Economie
di W.E.
Forse non si veniva a capo di granché comunque. Forse, sempre della stessa cosa all’infinito, il che poteva essere una verità anche ovvia sul proprio conto, ma non per questo meno allarmante.
Nel suo caso, ad esempio, il fatto che la prudenza – o per lo meno una forma di economia delle emozioni – aveva sempre costituito la sua luce guida.
da Quello che si ricorda di Alice Munro
Drakul
di W.E.
Questa piacerà a Lisa.
Pensavo ieri sera, mentre riguardavo Dracula di Bram Stoker di Coppola, che insomma, da una parte c’è Gary Oldman tenebroso, maledetto, bello e dotato di superpoteri che ti offre vita e amore eterno; dall’altra uno scialbo Keanu Reeves rincoglionito e stressato a cui sono venuti i capelli bianchi perché è stato (in)trattenuto suo malgrado(?) da tre donne nel castello in Transilvania.
Mettetevi nei panni di Winona Ryder.
Infatti lei aveva deciso.
Ma quei bacchettoni totalmente privi di romanticismo, tra agli, cerchi di fuoco e crocifissi l’hanno salvata dal demonio (un vero e proprio Lucifero che - come si può biasimare? - cerca di riprendersi quello che la Chiesa gli ha tolto), per restituirla alle braccia dello scialbo Keanu.
Bah.
Saranno i crocifissi che m’indispongono?
Viva i vampiri e abbasso il latino.
The Crying Game
di Lisa
C’è una bella canzone di Boy George che è la colonna sonora del film La moglie del soldato, con un bravissimo Forest Withaker non ancora in odore da oscar.
“First there are kisses, then there are sights and then before you know where you are you’re saying goodbye” è una lezioncina che devo imparare.
Per ora mi ripeto diverse volte il ritornello nel percorso fino all’ufficio come opera di convincimento: “Don’t want no more of the crying game”.
Ma con una certa frequenza la brutta faccia di una collega che preferisco non nominare mi accoglie all’ingresso ricordandomi che il quotidiano è una cosa piuttosto seria rispetto alle mia vocazione per le pippe sentimentali.
E così il mantra finisce irrimediabilmente nel reparto “cose che non sono determinanti per il saldo di fine mese”. Che palle.
Lacrime buffe
di W.E.
Racconto ad un amico che qualche giorno fa ho visto per la prima volta Ieri, oggi, domani.
E che nel primo episodio, “Adelina”, ho pianto a più riprese.
Mi chiede: “In quale parte?” e “Perché?”
Già. Perché?
Ho pianto quando con una splendida serenata Carmine e Pasquale danno notizie di casa ad Adelina dietro le sbarre.
Ho pianto quando viene comunicato ad Adelina che ha ricevuto la grazia (qui merito soprattutto della Loren, devo dire).
Ho pianto quando Carmine e i bambini vanno a prenderla fuori dal carcere, e continuato quando arrivano a casa, con la via piena di gente in festa.
Ho pianto con la panoramica finale della città all’alba, con l’apertura delle prime finestre e la bicicletta sulla strada.
Forse perché mi è sembrato un mondo scomparso. Povero, disastrato, difficile, ma con un cuore acceso.
O forse non sto tanto bene.




