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Ricevimento

Pubblicato su Gli scranni, i media, la polis by w.e. su Aprile 29th, 2008

di W.E.

Non so che cosa accadrà al nostro Paese nei prossimi anni. Dico, a prescindere dal verde che si allarga nelle bandiere e si restringe nei campi – qui, sotto l’aia ancora per poco mia, costruiranno una bella piscina, e le porzioni di casolari riscaldate a camino diventeranno tanti appartamenti per tante famiglie, e tra confusione e strepiti avranno termine le notti silenziose…
Dicevo. Ho un fremito, un fremito d’indignazione e repulsa per tutti coloro che occupano cattedre senza meritarne neanche il più piccolo cassetto. Non parlo di qualche politico ma di qualche insegnante. E dei segretari di quegli insegnanti. E di tutti quelli deputati a essere di sostegno agli studenti in quanto investiti di ruoli di qualche tipo all’interno delle strutture didattiche ma invece finiscono per essere un intralcio. Quando non un ostacolo serio.
E aborro episodi del tipo di cui ora vado a narrarvi, con nomi neanche troppo di fantasia.

Francesca xxx, studentessa dell’ultimo anno di Conservazione dei Beni Culturali, s’informa sull’orario di ricevimento di Luciana xxx, direttrice didattica del suo Corso di Laurea. S’informa per scrupolo, dato che siamo agli sgoccioli del primo semestre (e nel secondo gli orari di ricevimento cambieranno) e anche perché la sede del corso è in un’altra città rispetto a quella in cui abita, a circa un’ora di distanza in auto.
Telefona. Alla domanda di cui sopra (“Volevo sapere se gli orari di ricevimento sono quelli dato che vengo da fuori e non ho sempre modo di controllare su Internet…” etc etc) Luciana risponde con un’altra domanda (che non si fa n.d.r.) per di più provocatoria:
- “Ha una domanda migliore di questa?”
- “No. Veramente io volevo sapere…”
- “A questa domanda le può rispondere il computer.” (strafalcione: il computer non “risponde” e comunque non è il computer che fornisce gli orari, ma semmai un sito su Internet; quindi siccome lei lo sa, forse è uno strafalcione voluto, allora seconda provocazione, n.d.r.).
- “Ma non tutti hanno il computer e non tutti hanno modo di verificare sempre e facilmente le informazioni su Internet”.
“Ah questo è un altro discorso”. E riattacca. RIATTACCA. Siamo alla maleducazione.

Francesca è un po’ basita, ma siccome non si fa scomporre per così poco chiama la segreteria del Dipartimento. Risponde un ragazzetto.
“Sì, ciao, senti, scusa siccome io dovrei etc etc so che il ricevimento inizia alle 15 ma a che ora finisce?”
Risposta: “Il ricevimento non hai mai fine, ha solo un inizio.” Siamo alla demenza.

Francesca non si abbatte. Sale in macchina, e fa in modo di essere al ricevimento in un orario perfetto sia per il primo che per il secondo semestre, né troppo presto né troppo tardi (ma in fondo avrebbe potuto anche arrivare tardi tanto l’orario di ricevimento non ha mai fine).
Naturalmente Luciana non c’è. Invece arriva un’altra ragazza, visibilmente agitata che deve consegnare la tesi entro la giornata e davanti alla porta chiusa è presa da un attacco misto di panico e disperazione. Insieme vanno in segreteria a chiedere delucidazioni, lì scoprono che Luciana se n’è andata giusto giusto dieci minuti prima dell’inizio del ricevimento (ma che brava!). Protestano a viva voce, richiedono il numero di cellulare senza successo, e alla richiesta di indicazioni su come poter fare non solo per risolvere la cosa ma anche per avviare un giusto reclamo la risposta è “Lo sapete che il coltello dalla parte del manico ce l’hanno sempre loro. Poi fate voi.”

Ecco. Fate voi.

La vita davanti a Marta

Pubblicato su Cinema by w.e. su Aprile 8th, 2008

di W.E.

Marta, laureata in filosofia teoretica, trova lavoro in un call center.
Qui tutte le strategie possibili sono utilizzate per motivare e insieme mortificare centraliniste e venditori.
I “capi” (Sabrina Ferilli e Massimo Ghini), temuti ed adorati, dietro il loro ostentato e finto successo, riversano sulle loro scrivanie le frustrazioni e i fallimenti della propria vita privata. Il difensore dei precari per definizione, il sindacalista Mastandrea, sembra non capire mai il contesto in cui si muove; la collega e coinquilina di Marta fa di tutto per rendere la vita impossibile a se stessa e a sua figlia, la mamma - a Palermo - è malata di cancro e il fidanzato - ormai ex - è a studiare a San Francisco.
Il quadro, disastroso, è reso da Virzì con un tocco leggero, simile al modo in cui la protagonista si muove tra gli eventi, allegra ma anche ferma, e poi riflessiva, e poi allegra di nuovo. Una Roma assolata sta dietro al tutto, e il film - una lettura insieme scanzonata, amara e surreale dell’italia di oggi - sembra sospeso come le scene che aprono e chiudono il film: l’intera città che balla e un pranzo in giardino che pacifica tre generazioni di donne.
Consigliato. Moltissimo.

Iraniane alla guida?

Pubblicato su Gli scranni, i media, la polis by w.e. su Marzo 20th, 2008

di Lisa

L’altro pomeriggio acchiappo per caso le ultime frasi di un cronista su Radio24 (che seguo anch’io, ogni tanto; a questo proposito non ho ancora capito se Cruciani mi sta antipatico o no) che parla di qualche Paese, ma non so quale.
Nuovi provvedimenti per rilasciare patenti alle donne. Nel senso che le donne non possono prendere la patente e se la prendono è per qualche caso speciale che mi è sfuggito. In ogni caso, a parte il fatto che possono guidare dalle 7 alle 20 - con il velo al suo posto - per ottenerla, questa benedetta patente, devono pagare una salata cauzione nel caso di possibili incidenti e conseguenti danni all’auto .
Spero non me la menerete col politicamente corretto se ho saputo solo pensare “Maledetti bastardi”.
Poi il pensiero è volato subito (non prima dell’immagine di me col velo che guido una macchina lunga e ammaccata, il velo mi va in faccia e io vado addosso alla macchina davanti e la mia si ammacca ancora di più e mi tolgono la patente per cui ho pagato una cauzione più alta del prezzo della macchina stessa, ovviamente acquistata da un’altra donna che aveva a sua volta rinunciato alla guida per lo stesso guaio) all’Iran e al bellissimo e amarissimo lungometraggio di Marjane Satrapi. Non me ne riavrò, credo.

Il teatro che genera stupore

Pubblicato su Teatro by w.e. su Marzo 19th, 2008

di W.E.

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Il Mercante di Venezia di Massimiliano Civica è un’esperienza.
Il completo rigore attoriale e scenico, la composizione dei movimenti e la neutralità del corpo e della parola riducono il teatro a se stesso, ne saturano tutti gli elementi facendone emergere la forza.
Il testo, in primis, di cui non si perde una lettera, diventa il vero protagonista.
Non c’è giudizio né alcuna lettura precostituita sui personaggi. Ogni personaggio è semplicemente in scena e porta con sé la sua essenza, contrapponendosi agli altri per le circostanze, ma non è dato parteggiare per nessuno.
In scena quattro sedie e quattro maschere per quattro attori.
Un unico pezzo musicale, che ripetendosi, reitera un buffo movimento scenico (che la serietà e la cura degli attori rendono assolutamente plausibile), per poi romperlo, secondo lo schema perfetto di quel teatro in grado di generare stupore.
Questo teatro è quanto esiste di più lontano da ciò che siamo abituati a veder recitare; un’altra galassia rispetto alla modalità attoriale consunta e prosaica cui gli spettacoli di cartellone per abbonati (fino ad arrivare al modello televisivo) stanno malauguratamente abituando il loro pubblico. Si tratta dunque di uno spettacolo difficile, che – e posso benissimo capirlo – può annoiare, o addirittura disgustare. Ma questo è giusto, il rischio va preso, perché in compenso la proposta è chiara e il risultato ammirevole.

Onora il padre e la madre

Pubblicato su Cinema by w.e. su Marzo 15th, 2008

di W.E.

Mentre ero dentro il cinema ho cercato più volte di uscire mentalmente dalla sala e guardare da lontano le mie giornate, facendo veloci salti indietro nel tempo. Il tutto per verificare che davvero non ci fosse nessun baratro, nessuna mia azione atroce perpetrata a qualcun altro, nessun errore irreparabile.
Poi tirando un sospiro di sollievo tornavo ad immergermi nella disperazione dell’ultimo film di Sidney Lumet, già immaginando la birra fresca di cui avrei avuto necessariamente bisogno una volta che il film fosse terminato.
È un film senza perdono e senza scampo. Un film bellissimo e angosciante, in cui due fratelli, entrambi con problemi di soldi, pianificano una rapina nella gioielleria dei genitori. Chiaramente niente va come previsto.
Bravissimi gli attori, soprattutto Philip Seymour Hoffman.
Ve lo consiglio, in particolare se pensate che le cose vi vadano male.
Capirete che non c’è limite al peggio e che in realtà la vostra vita scorre molto tranquilla.

Innamorarsi senza vedere

Pubblicato su Rielaborazioni by w.e. su Marzo 15th, 2008

di Denni Romoli

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La Rita, donna immaginata per 40 lunghi anni, amata senza essere vista, posseduta da colori e tela, nobilitata e sconosciuta. Guido Boni, illustre ospite del refettorio mentale della Tinaia, in Firenze.
Qui si può trovare qualcosa delle immagini, del sentire degli ospiti di questo refettorio. Mai tanto distaccato da quello che noi chiamiamo intellettualismo. Orribile, deprecabile trasfigurazione dello sviluppo umano, ritenere che il nostro pensiero possa sopravanzare e distaccare ciò che sentiamo, nostro e tuo, suo, altro.
Guido Boni, alias ognuno di noi. Di quanto vediamo e pensiamo, tanta parte ricade nell’immaginario, nella psicosi dell’innamoramento, quanto mai lontano dal vedere.
C’è un bel libro, Inno alla durata, di Handke.
E Opinioni di un clown, di Boll. “Che cosa vuoi, in conclusione’”. “Te”, risposi, e non so se vi sia qualcosa di più bello da dire a una donna.
Vedere, davvero, ciò che abbiamo davanti, l’altro che si frappone e condanna le nostre aspettative, fortunatamente, e ci riporta una dimensione diversa. Diverso, altro, sconosciuto, conoscibile.
Si legge il tuo blog e non si conosce davvero chi si pone come interlocutore, per quanto portatore di parole, sentiti, esperienze. Senza un volto, come Rita, immaginata e vissuta come parte di sé. Persona senza un volto. E questo lascia spazio al vedersi internamente: “chi sei?” diventa “chi sono?”.
E questa, probabilmente, è una delle cose più dolci e profonde della vita.

Perdona il delirio, questa sera un tasso alcolico leggermente superiore allo smaltimento concesso dal mio beneamato fegato.

Se c’è vento bisogna chiudere le finestre

Pubblicato su Gli scranni, i media, la polis by w.e. su Febbraio 3rd, 2008

di W.E.

Non so voi, ma per me è ancora fresco il ricordo dei manifesti attaccati alle porte delle chiese i giorni del referendum sulla legge 40. Unite nella campagna politica, le diocesi stampavano dei “NO” cubitali, tante volte gli anziani non vedesssero bene quale fosse la scelta che erano chiamati a fare. Ricordiamoci che a distanza da pochi giorni del referendum la maggior parte delle persone non sapeva neanche di che cosa si stesse parlando.

Oggi, a distanza di due anni e mezzo, è iniziato un nuovo dibattito sulla 194 e sulla sua applicazione. Già allora qualcuno diceva che questo sarebbe stato il passo successivo.
Ma no – e anche oggi, dopo la moratoria di Ferrara, tutti dicono: Ma no, è impossibile che si possa toccare la 194.

Ferrara chiarisce la sua posizione: “La legge 194 è sacrosanta, in quanto ha vinto sull’aborto clandestino. Se la voglio cambiare? No! Mi hanno accusato di essere l’orco che vuole portare le donne in catene a partorire. Nella mia proposta di moratoria sull’aborto non c’e’ alcuna aggressione alla legge 194”.

Sarà, ma vediamole un momento le conseguenze della sua moratoria, raccolta a velocità da staffetta da Ruini, quindi da Bondi che propone subito una mozione parlamentare, a sua volta accolta “con favore” da Paola Binetti (senatrice del Pd).

Voglio tralasciare la manipolazione strisciante dei monarchi del Vaticano durante le messe della domenica e nelle pagine dei quotidiani, chi non la vede si svegli, e passare invece subito alle veloci applicazioni pratiche del nuovo pensiero teocon.

In Lombardia la Giunta presieduta da Formigoni ha appena intrapreso un nuovo atto d’indirizzo, costituito da due iniziative.
La prima “riguarda il potenziamento delle attività preventive e di accoglienza delle donne in stato di gravidanza complessivamente effettuate dalle ASL, dai consultori e dai servizi di ostetricia e ginecologia, con attenzione alle sinergie rispetto ad altri soggetti rappresentativi del volontariato sociale” (attenzione bene a questi “altri” soggetti).
“La seconda iniziativa - ha aggiunto il presidente lombardo - consiste invece nella individuazione del termine ultimo di effettuazione delle interruzioni volontarie di gravidanza (di cui all’articolo 6b della legge 194, cioè il cosiddetto aborto terapeutico) non oltre la 22ma settimana +3 giorni, ad eccezione dei casi in cui non sussiste la possibilità di vita autonoma del feto”.
Ovvero, la Lombardia per prima fissa il limite dell’aborto terapeutico alla 22ma settimana.
Che cosa cambia rispetto alla Legge?
L’articolo 6 della legge 194 recita:
“L’interruzione volontaria della gravidanza, dopo i primi novanta giorni, può essere praticata:
a) quando la gravidanza o il parto comportino un grave pericolo per la vita della donna;
b) quando siano accertati processi patologici, tra cui quelli relativi a rilevanti anomalie o malformazioni del nascituro, che determinino un grave pericolo per la salute fisica o psichica della donna.”
Ossia la legge, in caso di aborto terapeutico, non fissa un limite, anche se normalmente il limite viene fatto cadere alla 24 settimana.
In Lombardia si stabilisce invece che dopo 22 settimane e 3 giorni può cominciare la vita autonoma di un neonato e l’aborto terapeutico è dunque vietato oltre questo termine.

Andiamo ora in Veneto.
Nel 2006 a Venezia, una grande manifestazione avversava il Progetto di Legge n°3 presentato dal Movimento per la Vita dal titolo “Regolamentare le iniziative mirate all’informazione sulle possibili alternative all’aborto”. Il provvedimento, che si compone di tre articoli, prevede la presenza obbligatoria di materiale informativo e di volontari delle associazioni per la vita nei consultori, nei reparti di ginecologia e ostetricia, nelle sale di aspetto e negli atri degli ospedali al fine di informare le donne sui rischi dell’interruzione volontaria della gravidanza e sulle possibili alternative all’aborto. Il progetto impegna i direttori generali delle aziende ospedaliere a imporre sanzioni nei casi di inosservanza di tali disposizioni.
Questo progetto di legge è quantomeno controverso se la 194 dispone all’art.2 che:
“(…) I consultori sulla base di appositi regolamenti o convenzioni possono avvalersi, per i fini previsti dalla legge, della collaborazione volontaria di idonee formazioni sociali di base e di associazioni del volontariato, che possono anche aiutare la maternità difficile dopo la nascita.”

Con questo progetto di legge non solo si darebbe la priorità, tra “gli altri soggetti del volontariato sociale” di cui sopra, al Movimento per la Vita, ma addirittura renderebbe la presenza dei volontari di questa associazione e del loro materiale obbligatoria. Le sanzioni disposte per l’innoservanza di tali disposizioni andrebbero dai 500 ai 5.000 euro. Vedete bene che si tratta di una vera e propria modifica dell’articolo 2 della 194.
Il PDL n°3 è stato allora affossato. Bene. Peccato che sulla scia della moratoria sull’aborto la Regione Veneto si sta preparando a rimetterlo all’ordine del giorno.

Piano piano, silenziosamente, piccoli passi vengono intrapresi e, come per i gamberi, questi passi si muovono all’indietro, andando a minacciare i risultati delle conquiste di autodeterminazione individuale e sociale del passato. La punte più avanzate di questo venticello reazionario - come l’ultima oratrice del convegno su Scienza, Etica e Laicità che si è tenuto lo scorso 29 gennaio a Venezia sottolinea – parlano già di “vietare l’aborto terapeutico” e di “amore libero dalla contraccezione”.
A conclusione del suo intervento ci avverte: “Mia nonna diceva che quando c’è vento bisogna chiudere le finestre, perché fa corrente”.

Stuhr, l’attore e la parola. Ancora due note su Ciràno.

Pubblicato su Teatro by w.e. su Febbraio 3rd, 2008

di Jaco

U’ brùtte, l’homme incomblé, la femme violentée… è la ggènde che se ostìn’a sperar de nascòste, quand nesciùne ‘uàrde.
Michele Santeramo, Cyrano

Nel saloncino del Teatro della Pergola si è raccolta la platea rada e sonnacchiosa di un pomeriggio fiorentino. Dal palco settecentescamente stuccato, il celebre attore e regista polacco Jerzy Stuhr, invitato a parlare della formazione dell’attore, prova a fare un confronto fra il teatro della sua generazione e quello praticato oggi dai suoi studenti. Stuhr è ormai da anni il Rettore dell’Accademia Nazionale del Teatro di Cracovia, ed è quasi giunto al termine del suo mandato. Lo sguardo sul passato lascia candidamente trasparire la vena della nostalgia, ma ciò non gli impedisce di mettere a fuoco in pochi tratti la situazione attuale.
Per Stuhr, il teatro oggi non è più il luogo dove si può parlare alla gente attraverso le sorti messe in scena di un personaggio letterario: il pubblico e gli attori non si rivedono più in Amleto, ma anche Amleto in fondo non è più lui.
Gli attori della sua generazione avevano raffinato la dizione e la tecnica dell’emissione vocale per dialogare con gli altri personaggi in scena, e per riuscire a convincere l’ultimo spettatore in galleria di ciò che stavano dicendo. La scuola li aveva preparati per far questo. I maestri parlavano ai loro allievi e insegnavano loro l’arte della parola. La trasmissione delle conoscenze attraverso la parola era già la dimostrazione della sua efficacia comunicativa.
Oggi invece in scena, prima di parlare, l’attore cerca di toccare il suo partner, di accarezzare il pubblico. Il teatro oggi parla in prima persona, e non è più il luogo delle grandi proteste collettive, politiche o sociali. Il teatro oggi non ha più bisogno di grandi sale per le sue confessioni a bassa voce, masticate in dialetto sul limite delle labbra, e condivise timidamente con un pubblico ristretto.
La scuola ha conservato la sua tradizione educativa ed è rimasta importante fino a che in teatro la parola ha mantenuto il ruolo di strumento primario di espressione. Ma oggi questa non lo è più, e lascia spazio al gesto, all’immagine, ad un’altra disciplina dello spazio fondata sul ritmo della musica.
Ascoltando Stuhr non posso far altro che volare col pensiero al Ciràno di Teatro Minimo, rivisto ancora una volta la sera prima al Teatro Verdi di Poggibonsi: su quella scena sembravano comparire proprio tutti gli elementi elencati dall’artista polacco.
Costretto nel buio della platea, il pubblico infatti non può sapere se il Ciràno che sente parlare lì davanti sia poi proprio il Cyrano di Rostand. Ma non importa: il personaggio è divenuto il luogo della confessione. Se ne può parlare in terza persona: lo fa la sua anima, voce consigliera, o semplicemente voce liberamente uscita da un corpo di attore che si è fatto scena.
Lo spettacolo di Michele Santeramo piega la parola alla confessione, e la voce più intima non parla Italiano ma un gramelot contaminato in cui il Francese dei moschettieri del Re si intreccia e sfuma nelle sonorità linguistiche della Terra di Bari.
Detto questo, con “Ciràno”, Teatro Minimo sembra mostrare come paradossalmente si possa fare teatro di ricerca attraverso la parola. Forse proprio perché la parola della confessione è una parola negata, negata alla sua funzione comunicativa, annegata sulle labbra di chi parla di sé ma non sa come fare. La confessione non deve più convincere nessuno , ma semplicemente venire alla luce.
Finché le necessità di ogni prologo costringono l’attore ad informare lo spettatore per introdurlo al mondo di Cyrano, è facile annoiarsi: i particolari si perdono per strada, e la “messa in scena” si mostra in flagrante, sbruffona, quasi a violare il patto della finzione proprio nel momento in cui la costruisce.
Ma ecco che per miracolo ad un tratto ci si trova tutti lì, accanto a Ciràno, mentre lo si accarezza e lo si consola come non faremmo mai nemmeno ad un amico, ma solo a noi stessi. E lo si fa con poche parole: suoni gutturali, singulti, richiami.
Come in un racconto di metamorfosi, la voce che parla si trasforma progressivamente nel suono del contrabbasso, che comincia a parlare, inarticolato. Parlare d’amore.
Perché il parlare d’amore, alla fine, è sempre disperatamente inarticolato. Le parole di Ciràno riescono ad infiammare il cuore di Rossana, ma lei non ne scorge la sorgente, il cuore da cui nascono. E non si può certo dire che Cristiano non ami. Anzi, lui ama fino a sfidare la morte nell’assalto dei moschettieri, ma non riesce a comunicare: Rossana lo vede, ma non sente il fuoco che arde nel suo cuore.
La confessione d’amore si arresta sulla speranza di poter dire. Come la musica: è lì, fra le trame di arcate e pizzicati intessute da Giorgio Vendola che lo spettatore trova chiare le segrete parole d’amore che non possono comunicare.
La musica è il luogo dove ognuno può trovare la propria confessione, riascoltare la propria storia. Dove nelle fratture del tempo inaugurate da ogni battere d’archetto si può rivivere l’amore, anzi, forse, finalmente viverlo.
La musica è quel luogo intimo dove il brutto, uomo incompleto, donna violentata, può ostinarsi a sperare, di nascosto, quando nessuno guarda.

Libero?

Pubblicato su Querimonie by w.e. su Febbraio 3rd, 2008

di W.E.

Dopo due lunghi mesi di battaglie con Libero Infostrada, scopro una chicca che forse per voi sarà cosa risaputa. Per me la ciliegina su una torta multistrato. Diciamo una ciliegina secca su un millefoglie rancido. Ovvero che se io, sfigatamente, ho un indirizzo di posta tiziocaio@libero.it, a prescindere dal nome utente dico, e non mi connetto con l’ADSL di Libero ma con quella di un altro gestore, non posso scaricare la mia posta dal client. Lo posso fare solo se mi connetto dial-up. Però Libero è così magnanimo da permettermi di controllare gratuitamente la posta dal web.
Grazie. Davvero troppo gentili.

Cous cous

Pubblicato su Cinema by w.e. su Febbraio 3rd, 2008

di W.E.

Ci sono tanti film che ho visto nell’ultimo mese e mezzo.
Nella settimana natalizia, mentre fronteggiavo il virus intestinale che mi allontanava dalla sacher e dai bombetti, e combattevo con le pagine di un sito infinito, ho avuto almeno un po’ di soddisfazione col cinema. Oltre a Nella valle di Elah, ho visto La promessa dell’assassino e Irina Palm.
Cronemberg è ormai parecchio fuori dal suo seminato, ma in generale non mi dispiace mai quando accade che un regista ti spiazzi. In verità l’aveva già fatto con History of Violence, e, secondo me, l’aveva fatto parecchio meglio. Questa volta si tratta solo di un buon film di genere. E forse neanche tanto buono per il genere. Né per Cronemberg. Niente di eccezionale insomma. A parte Viggo Mortensen, come direbbe qualcuno.
Irina Palm è stata una piacevole sorpresa. Irriverente, ironico, originale, commovente.
Poi Paranoid Park perché per gli ultimi film di Gus Van Sant ho un debole, e anche per questo, poi ho inciampato in Bianco e Nero perché volevo andare a vedere American Gangster ma ho sbagliato l’orario (e, ormai in città, l’unica altra scelta era il film di Moccia). Poi ho visto anche quello e ne ho evinto che Denzel Washington dovrebbe fare sempre il ruolo del cattivo.
E poi c’è Cous Cous.
Cous Cous - che, per chi non lo ha visto, non è una metafora - mi ha colpito. Per entrarci ci ho messo un po’, perché la macchina da presa segue per lunghissimi minuti una stessa scena, uno stesso volto, una stessa situazione. Non ci siamo abituati, non in questi termini. All’inizio lo spettatore ne può essere spaventato. Ma poi una sceneggiatura che non era dato immaginare prende piede a poco a poco e si rimane inchiodati allo schermo per scoprire il destino dei protagonisti, che sta tutto dentro due enormi pentole in giro per una piccola cittadina vicino a Marsiglia.

Infine, se ancora non avete visto La sposa turca, sappiate che state facendo un grosso errore. Ma siete ancora in tempo per rimediare.