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Il calendario chimico di Miss Monocolo

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di Miss Monocolo

La premessa, piuttosto ovvia, è che avere un solo occhio funzionante non è cosa simpatica.
Purtroppo il Morbo di Basedow-Graves, una forma autoimmune di ipertiroidismo, può comportare esoftalmo, diplopia e varie altre amenità.
Ho deciso di mettere per iscritto il mio “calendario chimico”, cosa piuttosto personale e temo non di molto interesse per il lettore, ma tant’è. D’altra parte lo faccio con l’obiettivo di confermare la mia tesi, in base alla quale è piuttosto difficile, se non impresa molto ardua, riuscire a mantenere tutti gli appuntamenti col suddetto calendario nei giusti intervalli di tempo di una giornata. Potrete giudicare da voi.
Lo faccio anche perché sono sicura che costruire un elenco sintetico, vedere insomma – perdonate il facile giochino – la situazione in un colpo d’occhio, potrebbe essere oltremodo interessante.

Dunque cominciamo:

TAPAZOLE, metimazolo compresse 5mg (1 al giorno – un tempo erano 6).
Questo è il farmaco per riportare i valori della tiroide T3 e T4 a un livello normale.
Questo farmaco è tossico per il fegato, nel periodo della sua assunzione vanno infatti controllate le transaminasi. In caso di gravidanza bisogna interromperlo immediatamente perché potrebbe portare alla nascita di bambini con malformazioni. Ci siamo capiti.

METILPREDNISOLONE (SOLU-MEDROL), o volgarmente cortisone (1 bolo, cioè una flebo in vena, di 500 mg 1 volta a settimana per 6 settimane; 1 bolo di 250 mg 1 volta a settimana per altre 6 settimane).
Il cortisone in questo caso è il primo tentativo che viene fatto per riportare l’occhio destro al suo posto ed eliminare la diplopia (il morbo di Basedow-Graves tende ad ispessire i muscoli extraoculari dell’occhio e a limitare dunque lo spazio di movimento dello stesso).

PREDNISONE (DELTACORTENE), compresse da 5mg, sempre di cortisone si tratta: la terapia corticosteroidea non può essere interrotta all’improvviso, la dose di cortisone va scalata via via: quindi, finite le flebo intravena, si inizia con 2 compresse al giorno per 10 giorni, e poi altri due clicli di 10 gg l’uno assumendo una compressa al dì.

Siccome il cortisone ha ovviamente, come sappiamo, diversi effetti collaterali, va accompagnato con i seguenti farmaci:

NEXIUM, esomeprazolo, compresse 40mg (1 al giorno per tutta la durata del trattamento).
Si tratta di un “inibitore della pompa protonica” – sembra l’arma di un supereroe – ovvero di un gastroresistente, perché il cortisone notoriamente ti spacca lo stomaco.

IDEOS, calcio + vitamina D3, compresse 500mg (2 al giorno, pranzo e cena).
La cosa più innocua, integratori di calcio e vitamina D3, in compresse masticabili.

ALENDROS, acido alendronico, compresse 70mg.
Questo farmaco, cito, “previene la perdita del tessuto osseo e favorisce la ricostruzione dell’osso, riduce il rischio di fratture vertebrali e dell’anca”. Ciò che è molto curioso è la modalità della sua assunzione: “una compressa a settimana da assumere solo con acqua semplice, almeno 45 minuti prima di qualsiasi alimento, bevanda o medicinale della giornata. La paziente deve restare in posizione eretta per 30 minuti dopo aver assunto la compressa” (impiego generalmente questi 30 minuti facendo docce, camminate, lavando piatti, sistemando casa).

All’occorrenza MAALOX o RIOPAN GEL (non ne ho avuto bisogno, la scatola di Riopan giace piena sul mio mobile).

Bene, mi seguite fino a qui? Ora, che succede se l’occhio si graffia, e dà luogo ad una fastidiosa e dolorosa abrasione (è piuttosto normale che possa accadere, essendo sempre bendato e causando il cortisone l’abbassamento delle difese immunitarie)? Succede che vanno assunti i seguenti colliri e gel:

OFTAQUIX, levofloxacina, collirio 5mg/5ml (4 volte al giorno)
Trattasi di antibiotico in forma di collirio.

XANTERNET Gel, contenitori monodose da 0,4 ml (3 volte al giorno)
Gel che protegge la superficie oculare durante i processi di riparazione di ferite o abrasioni a rischio di infezioni batteriche.

VISUMIDIATRIC, tropicamide 1% (2 volte al giorno)
Si usa in caso di vizi di refrazione, cheratiti, iriti, iridocicliti, uveiti.

Interrotto quest’ultimo si dà poi il via al FLUMETOL, fluorometolone (3 volte al giorno).
Si tratta di cortisone in collirio, si assume in caso di forme infiammatorie del segmento anteriore dell’occhio e degli annessi, congiuntiviti, blefarocongiuntiviti, cheratiti e cherato-congiuntiviti, episcleriti e scleriti, calazio, pterigion, dacriocistiti – qualsiasi cosa questi termini vogliano dire.

Vogliamo fare un semplice schemino per confermare la mia tesi? Eccolo qua.

schema del calendario chimico di Miss Monocolo

(Nello schema manca il Deltacortene, che comincerò ad assumere alla fine dei boli).
Potrete facilmente evincere la difficoltà di rispettare il suddetto schema, credo. Potrete anche capire perché vado in farmacia con le buste di plastica resistente, quelle grandi che uso per andare a fare la spesa.
Porto una benda all’occhio destro da quattro mesi, i bambini per strada mi chiamano “pirata” e il mio medico di base dice che gli ricordo Moshe Dayan. Fortunatamente, grazie al mio amico Marco, ho una benda molto bella. Entro nel reparto di Endocrinologia sempre con fare sicuro, saluto tutti e mi sento quasi a casa mia. Il 26 giugno procederò con la terapia al radioiodio per “seccare” la tiroide. Dunque, tanto per chiudere (?) in bellezza, sarò radioattiva per due settimane. Ho scritto una canzone d’amore, da parte dell’occhio sinistro per quello destro, e magari un giorno ve la canterò.
Grazie per aver letto fino a qui e grazie a W.E. per avermi concesso questo spazio di scrittura leggera, almeno per me è stato divertente.
Spero di aver strappato qualche sorriso anche a voi.

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Written by w.e.

maggio 24, 2014 at 1:03 pm

Noi orfani di Breaking Bad

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di W.E.

Breaking BadC’è tutta una fetta di mondo che già da un po’ di tempo lamenta forte nostalgia per Breaking Bad (d’ora in poi “BB”). Io faccio parte di questa fetta di mondo.
Se chi legge non fa parte di questa fetta di mondo significa che o non ha mai visto neanche una puntata di BB – il che è piuttosto strano – o deve ancora arrivare alla fine. Quindi attenzione, questo post potrebbe contenere spoiler.

Noi orfani di BB pensiamo, con la certezza di aver ragione, che BB sia, fuori da ogni ragionevole dubbio, la migliore serie televisiva mai realizzata negli ultimi vent’anni (vi ricordo che Twin Peaks è del 1990). D’altra parte non lo diciamo solo noi.
Questo dovrebbe essere sufficiente per capire che, da quando è finita l’ultima puntata, siamo un po’ in lutto. Cerchiamo di scovare qualcosa che possa intrattenerci mentre ci crogioliamo in ricordi con video stupidi e però bellissimi (1, 2), e nelle manifestazioni tutte che ci riportino almeno per un momento breve a quell’atmosfera del New Mexico.
Abbiamo insieme odiato e amato i personaggi nella loro complessa evoluzione, abbiamo goduto (e a volte ci siamo disperati) per le numerose scene totalmente inaspettate, ci siamo interrogati sul possibile finale per quasi tutti i 62 episodi senza riuscire a fare pronostici più di tanto precisi.
Abbiamo anche gongolato su ogni canzoncina col sombrero, personalmente ho fatto in modo di procurarmi la colonna sonora delle prime due stagioni.
La sceneggiatura di BB è così impeccabile che di fatto trasforma una serie a puntate in un unico film avvincentissimo di 2.790 minuti. Non contempla quelle tremende forzature di alcune serie per cui è evidente che gli sceneggiatori si stanno arrampicando sugli specchi – vuoi perché somigliano agli sceneggiatori di Boris, o perché improvvisamente si è deciso di produrre una nuova stagione quando la serie era ormai decretata morta. In acuni casi queste forzature sono fin troppo vicine a quelle che ben conosciamo nelle telenovelas (vedi il caso di Revenge, che reggeva giusto fino alle prime due puntate e poi smetteva di valere la pena, nonostante il personaggio e l’interpretazione di Madeleine Stowe).
No, niente di tutto ciò in BB. Tutto torna, dall’inizio alla fine, nell’arco di una magica parabola alimentata dal concetto di cambiamento che sta alla base della sua concezione, come spiega bene Vince Gilligan (che lo ha ideato, ne ha sceneggiato 12 puntate e dirette 4, e figura tra i produttori esecutivi di tutte e cinque la stagioni):

«la televisione è storicamente brava a tenere i suoi personaggi in una stasi autoimposta in modo che gli spettacoli possano andare avanti per anni o addirittura decenni. Quando ho capito questo, il passo logico successivo è stato quello di pensare a come poter fare una serie in cui l’impulso fondamentale sia verso il cambiamento». Ha aggiunto che il suo obiettivo con Walter White era di farlo passare da Mr. Chips a Scarface (…). Con il procedere della serie l’ideatore e lo staff di sceneggiatori di Breaking Bad hanno reso Walter sempre più insensibile e freddo. Gilligan ha detto: «sta passando dall’essere un protagonista all’essere un antagonista. Vogliamo che le persone si domandino per chi fare il tifo, e perché».
(fonte: Wikipedia)

Gioco forza BB ha una fine vera e propria. Non ci saranno altre stagioni di BB, non sarebbe possibile. Gli stessi fan non sarebbero in grado di accettare un caso simile, pur essendo privati di Walter e Jesse per il resto della loro vita televisiva.
Voi dell’altra parte di mondo potrete argomentare che l’entusiasmo di noi orfani di BB sia un po’ sopra le righe, se non eccessivo; vi rispondo che ne potremo parlare solo dopo che avrete visto BB fino all’ultima puntata.
E comunque, a parte tutto, rimangono i semplici fatti: si tratta di una serie sceneggiata e girata ottimamente, con attori estremamente bravi, con un’ironia sottile, a volte leggera, a volte becera e fredda come i metalli blu sintetizzati dai protagonisti. Qualche volta (di rado) intuirete le scelte fatte dagli ideatori, qualche volta sarete contrari, ma solo perché ormai siete del tutto coinvolti, e irrimediabilmente legati alle vite sconnesse di Heisenberg e compagni.
Chi è Heisenberg? Bene, potete iniziare. O se l’avete già fatto, cosa aspettate a vedere tutte le puntate che vi mancano?

PS Ringrazio Miss Misel per le segnalazioni sui video stupidi e però bellissimi.

Written by w.e.

aprile 5, 2014 at 4:14 pm

Pubblicato su Con brio, Focus on

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Osmosi

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di Amintore

Circa una settimana prima di partire inizio a pensare ai vestiti che mi dovrò portare via. Inizio ad usare la biancheria di seconda/terza scelta, mutande e calzini vecchi e usurati che abitano nel cassetto da giorni immemori. Il giorno della partenza stivo una ventina di chili di vestiti profumati e stirati nel bagaglio. Arrivo a destinazione e l’appartamento ha un odore nuovo, la novità mi eccita. Disfaccio la valigia con cura. Un palmo sotto e uno sopra la pila di capi piegati, trasferisco il carico negli scomparti dell’armadio.

Dopo giorni riconosco l’odore dell’appartamento, non era mai cambiato in realtà. Uno dopo l’altro, sfilo i vestiti dall’armadio e li indosso di fretta con lo spazzolino in bocca. Passata qualche settimana, le torri ordinate di vestiti non esistono più, c’è solo un caos indistinto di colori e odori e pieghe. Ho utilizzato e lavato quasi tutti i vestiti almeno una volta. Ora profumano di detersivo scadente e noncuranza.

Un giorno scorgo una federa spiegazzata in fondo ad un sacchetto di plastica. Giace lì dall’ultimo pacco arrivato da casa, qualcosa come tre mesi fa. Con un sorriso ci vesto il cuscino.

Arrivata la sera mi stendo stanco sul letto. I miei pensieri, spesso pesanti, si fanno ariosi e nostalgici. Qualcosa mi inebria e mi scuote. Un odore. Mi annuso i vestiti: solito odore di mediocrità. Da dove viene? Le mani, il sapone! No. Ci rinuncio e lascio cadere la testa sul cuscino. Eccolo di nuovo, quel profumo di premura e maestria è ora proprio sotto il mio naso. Mi ci riempio i polmoni prima che svanisca, e sospiro.

Ho problemi di attaccamento, odio il distacco e gli addii. La mia analista me lo dice: non ti preoccupare, che anche se te ne vai le persone rimangono intatte. Sarà pure, ma gli odori no, quelli si perdono.

Written by w.e.

febbraio 15, 2013 at 9:41 pm

Pubblicato su Gli scritti, Rielaborazioni

Speculazioni sull’inedia

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di W.E.

L’inedia è una brutta bestia, e se ti si attacca addosso per tirartela via ci vuole esattamente quella forza di volontà che non ho. Sì, è inverno, ma è una scusa troppo facile; certo il lavoro in questo periodo mi trita gli occhi e il cervello, ma appunto: bisognerebbe attuare quelle disposizioni di emergenza in cui il corpo si riattiva e di conseguenza anche quello che ancora, anche se malamente, palpita dentro al cranio. Non che mi privi di intenti, ma tra il pensare, il programmare e l’attuare, beh a volte ci passa in mezzo un mondo intero di auto-prese-in-giro. Ah come sono efficiente nel prendermi in giro, quello sì lo faccio proprio bene. Se non mi vergognassi almeno un po’, ve lo racconterei.
C’è di buono che la “modalità baco” mi permette almeno di impiegare il tempo di veglia che mi rimane nella mia prediletta occupazione: guardare film. Adoro il fatto che per guardare film non c’è bisogno di nessun altro a parte me. E se ci aggiungiamo che si tratta di un’attività che può essere espletata in posizione orizzontale, c’è poco altro da dire. Certo a parte il fatto che comporta indugiare nella solitudine.
La novità della settimana è l’acquisto delle verdure fresche km0, tanto per non limitarmi a introdurre cibo nello stomaco, ma per tentare di alimentare qualche stilla di creatività culinaria.
Già di per sé non sapere quale verdure capiteranno nella mia mezza cassetta è una bella sorpresa.
Piccole cose, direte. Beh, mi sa che devo partire da quelle.
Sto meditando (da mesi) di darmi al tennis, a un corso di escursionismo, allo stretching sociale, e poi sempre, lì, primo tra i propositi, viaggiare. Ma avrei voglia di un viaggio così lungo che ora non si può fare.
Ah cerco l’interesse, l’interesse. Sembrerebbe che non riesca a trovarlo. Ma come dice sempre uno dei miei maestri, non è che non ci riesco, è solo che ancora non ci riesco. Ma ci riuscirò. Spero entro primavera.

Written by w.e.

febbraio 1, 2013 at 9:44 pm

Stoner

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di W.E.

Stoner di John Edward WilliamsStoner è il titolo del terzo romanzo di John Edward Williams, romanziere, poeta e professore americano nato in Texas nel 1922 e morto nel 1994. Si tratta di un romanzo dimenticato per lungo tempo, poi riedito nei primi anni del 2000 dalla New York Review Books, e, lo scorso febbraio, pubblicato da Fazi nella traduzione di Stefano Tummolini.
Sia mio padre che mio fratello me ne parlavano con un entusiasmo raro, da nessuno dei due avevo mai sentito elogiare così tanto un libro. Quindi, ho dovuto leggerlo subito.
Stoner prende il titolo dal cognome del protagonista: figlio di contadini, inizia a frequentare i corsi di agraria all’Università del Missouri per volontà del padre – che lo vorrebbe agricoltore esperto per aiutarlo nei campi – ma, affascinato dalla letteratura, finirà per cambiare percorso di studi e rimanere all’Università del Missouri, prima come studente, poi come assistente, infine come docente. Si sposa, ha una figlia, qualche amico, un amore fuori dal matrimonio. In poco più di questo consiste Stoner: nient’altro che il racconto di un uomo che percorre la sua esistenza. Senza intrecci complessi, senza eventi di particolare rilievo, Williams ci tiene attaccati a ogni pagina con una prosa asciutta, rispettosa, delicata. Una prosa necessaria, come ha sottolineato giustamente mio padre. Stoner ci sorprende perché è essenziale, proprio come la vita.
“Cosa ti aspettavi?” si chiede Stoner riflettendo sulla sua. “Cosa ti aspettavi?”
Da leggere assolutamente.

Written by w.e.

gennaio 12, 2013 at 1:18 pm

Natale in Australia

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di Lin

Ebbene, non è l’ultimo cinepanettone ma solo il racconto di un Natale diverso da quello che siamo abituati a vivere nell’emisfero boreale.
Qui è strano perché alla tv nelle pubblicità natalizie ci sono ragazze in bikini e aitanti surfisti a petto nudo, poi magari ad un tratto compare Babbo Natale vestito dalla testa ai piedi con tanto di barba bianca e maniche lunghe, e ti viene da pensare: “Ma non ha caldo?!”

I supermercati sono pieni di cioccolata di vario genere, ma appena esci si scioglie. Guardando le vetrine e gli abeti finti decorati nelle case penso a chi ha sempre vissuto in questo Paese e quindi ha sempre vissuto un Natale in cui è estate, e mi chiedo come abbiano fatto da bambini a credere a Babbo Natale. Insomma, non prendiamoci in giro, qui non c’è la neve! Che tipo di slitta potrebbe avere Babbo?? E che tipo di renne potrebbero trainare questa slitta? Forse sarebbe più credibile una moto d’acqua o un carro trainato da canguri! Il fatto è che tutto sembra così finto, qui più che mai mi sembra che il Natale sia solo un evento commerciale. Sicuramente questo mio sentimento deriva anche dal fatto che la famiglia e gli amici sono lontani e quindi non posso stringermi a loro durante queste feste; ma anche per chi vive qui è difficile riunirsi tutti insieme perché è caldo! Molti preferiscono andare al mare o fare dei viaggi e allora qual è il vero significato del Natale in questo continente? Dov’è finito “Christmas with the yours, Easter what you want” (come dicevano Elio e le Storie Tese in una loro canzone) ?

A parte gli scherzi secondo me gli australiani devono avere altre tradizioni per questo periodo dell’anno, o forse non ci sono tradizioni. Come si vede che sono italiana.
La cosa che però mi è piaciuta un sacco, a parte che è caldo e posso andare al mare, è il mettersi in gioco di questi australiani: sono umili, gentili, divertenti e per fortuna anche nel periodo natalizio non si smentiscono.
Una tarda mattinata la settimana scorsa, io e il mio ragazzo stavamo andando ad una festa di compleanno di italiani a pranzo, il caldo era torrido ed io avevo perso da tempo tutte le mie speranze di trovare un po’ di vero Natale in questa città. Mi sono detta: “Ok, per quest’anno fai finta che non esista, soffrirai meno”. Andiamo a prendere l’autobus sotto casa; eccolo, sta arrivando, è puntuale. Si ferma, apre le porte e un’ondata di aria condizionata ci assale. Faccio lo scalino e mi accingo a salutare l’autista (come si usa fare qui), ma cosa vedo??! Mah…mah…ma non è un autista qualunque! E’ Babbo Natale in persona!

Babbo Natale autista

La gioia mi pervade, mi guardo intorno ed è come un sogno, come il paese dei balocchi, come la fabbrica di cioccolato di Willy Wonka! Tutto è decorato, tutto è magico, ci sono casette di legno, alberelli, neve finta, decorazioni, eccolo il Natale! Inaspettatamente lo ritrovo per il breve tragitto del nostro autobus, vorrei non scendere per tutto il giorno e fare compagnia a Babbo-Natale-autista! Che meraviglia, non riesco a smettere di sorridere!

autobus Natalizio

Purtroppo la nostra tratta è breve e dopo dieci minuti arriviamo a destinazione. Scendo, fa di nuovo caldo, sono tornata alla realtà. Peccato, ma è stato bello.
Abbiamo poi scoperto che Babbo-Natale-autista ha vinto il secondo premio di un concorso di decorazioni natalizie per autisti, chissà come sarà stato l’autobus del primo classificato!
Che fortuna abbiamo avuto ad incontrarlo. Grazie Babbo-Natale-autista, per dieci minuti mi sono sentita a casa.

Written by w.e.

dicembre 23, 2012 at 4:20 pm

Buon ciaffo a tutti

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di W.E.

Direttamente dalle terre di Leopardi: per “ciaffo” si intende un oggetto inutile, spesso dalla forma dubbia, possibilmente brutto, possibilmente ingombrante. Normalmente il ciaffo è anche un oggetto di poco valore, motivo per cui, non potendo essere rivenduto, rimane a occupare spazio nell’abitazione del fortunato proprietario per lungo tempo.
(Da non confondersi con “ciaffó”, con il quale termine il legame è evidentemente diretto: “ciaffó” sta ad indicare una persona non molto propensa all’ordine – potremmo immaginare la sua casa ricca di ciaffi in ordine sparso).

La “cena del ciaffo” è nata con un gruppo di amici che volevano salutarsi prima delle vacanze natalizie in modo alternativo. Invece della canonica cena degli auguri, abbiamo deciso di scambiarci allegramente i nostri ciaffi. L’apertura dei pacchetti è ormai ogni anno un momento di accesa ilarità, e, secondo il rito, il nuovo proprietario del ciaffo viene immortalato in un ritratto fotografico insieme all’oggetto. Negli ultimi quattro anni abbiamo visto passare ciaffi notevoli, e abbiamo imparato che non c’è mai limite al peggio.
Per i miei amici, che reclamano a gran voce delle regole definite a cui attenersi nello scambio – e per coloro che, impavidi, volessero adottare questa simpatica tradizione e scambiare i propri brutti ciaffi con ciaffi potenzialmente più brutti, più inutili e più ingombranti – ecco qui di seguito il vademecum per lo scambio natalizio del ciaffo.

  • Il ciaffo non può essere acquistato. Deve arrivare direttamente dall’abitazione di chi lo scambia, o tutt’al più dall’abitazione di un parente o di un amico. L’acquisto è consentito in casi eccezionali, ma la motivazione deve essere forte (es. un oggetto incredibilmente brutto, dunque meraviglioso) e il prezzo bassissimo – un anno, non avendo scelta, anche io ne comprai uno, ma erano degli adesivi brillantinati in rilievo della Madonna e di Gesù abbinati ad adesivi della stessa fattura di Micheal Jackson, e sono costati meno di un euro. In ogni caso il ciaffo non è un “pensierino”, un regalino senza impegno, è proprio un ciaffo. L’impegno è gravoso se regalate un vaso di terracotta con finto ricamo alto quasi un metro e di più di un chilo. Chi se ne disfa deve assumersene la responsabilità.
  • Sebbene l’utilità e/o la bruttezza di un oggetto sia molto soggettiva, nel caso del ciaffo l’inappropriatezza del manufatto deve essere evidente alla maggior parte dei presenti (es. un libro di ricette scritto a quattro mani da Antonella Clerici e Bruno Vespa).
  • Lo scambio del ciaffo avviene tramite estrazione. In un cestino si mettono dei bigliettini con tanti numeri quanti sono i ciaffi e ad ogni ciaffo viene assegnato un numero. Ognuno pescherà il suo bigliettino e si piglierà il ciaffo corrispondente. Inutile dire che chi pesca il proprio pacchetto o un pacchetto di cui conosce il contenuto dovrà pescare nuovamente.
  • I possessori di ciaffi possono scambiare il proprio ciaffo anche senza essere presenti; sarà sufficiente affidare il ciaffo a qualcuno dei partecipanti per riceverne in cambio un altro direttamente a casa propria.
  • È vivamente consigliato rendere esplicito il proprietario originario del ciaffo, non vorrete mica perdervi la storia di come ne è entrato in possesso…
  • Il ciaffo non può essere riciclato (non può essere cioè presentato come proprio un ciaffo ricevuto in precedenza), a meno che il possessore non sia così bravo da non essere scoperto. Non è facile se i partecipanti sono gli stessi dell’anno prima o di quello prima ancora. Di solito consigliamo di tenerlo almeno tre anni prima di arrischiarsi in un tentativo di riciclo. Ma spesso non bastano perché i ciaffi non si dimenticano.
  • I ciaffi possono invece essere scambiati e/o ceduti (siamo precisi ma non masochisti).

Un anno incartai il doppione della chiave della mia auto appena rottamata, pensando che fosse un’idea geniale. Però in effetti non si trattava propriamente di un ciaffo, era solo una cosa ormai inutile, aveva in sé solo una – e nemmeno la più interessante – delle molte proprietà che un ciaffo dovrebbe avere.

Buon ciaffo a tutti.

Written by w.e.

dicembre 11, 2012 at 1:25 pm