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Archive for the ‘Gli scritti’ Category

Osmosi

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di Amintore

Circa una settimana prima di partire inizio a pensare ai vestiti che mi dovrò portare via. Inizio ad usare la biancheria di seconda/terza scelta, mutande e calzini vecchi e usurati che abitano nel cassetto da giorni immemori. Il giorno della partenza stivo una ventina di chili di vestiti profumati e stirati nel bagaglio. Arrivo a destinazione e l’appartamento ha un odore nuovo, la novità mi eccita. Disfaccio la valigia con cura. Un palmo sotto e uno sopra la pila di capi piegati, trasferisco il carico negli scomparti dell’armadio.

Dopo giorni riconosco l’odore dell’appartamento, non era mai cambiato in realtà. Uno dopo l’altro, sfilo i vestiti dall’armadio e li indosso di fretta con lo spazzolino in bocca. Passata qualche settimana, le torri ordinate di vestiti non esistono più, c’è solo un caos indistinto di colori e odori e pieghe. Ho utilizzato e lavato quasi tutti i vestiti almeno una volta. Ora profumano di detersivo scadente e noncuranza.

Un giorno scorgo una federa spiegazzata in fondo ad un sacchetto di plastica. Giace lì dall’ultimo pacco arrivato da casa, qualcosa come tre mesi fa. Con un sorriso ci vesto il cuscino.

Arrivata la sera mi stendo stanco sul letto. I miei pensieri, spesso pesanti, si fanno ariosi e nostalgici. Qualcosa mi inebria e mi scuote. Un odore. Mi annuso i vestiti: solito odore di mediocrità. Da dove viene? Le mani, il sapone! No. Ci rinuncio e lascio cadere la testa sul cuscino. Eccolo di nuovo, quel profumo di premura e maestria è ora proprio sotto il mio naso. Mi ci riempio i polmoni prima che svanisca, e sospiro.

Ho problemi di attaccamento, odio il distacco e gli addii. La mia analista me lo dice: non ti preoccupare, che anche se te ne vai le persone rimangono intatte. Sarà pure, ma gli odori no, quelli si perdono.

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Written by w.e.

febbraio 15, 2013 at 9:41 pm

Pubblicato su Gli scritti, Rielaborazioni

Acquari e monitor

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di Alessandro Pagni

Come affonda sana la tua bocca dentro al mio cuscino.
Mentre diventi una mummia di coperte leziose, con gattini e cani che corrono su prati di pile.
Vorrei essere una federa di carne che bolle.
Vorrei sciogliere il freddo e pensare che sia quello il tuo cruccio.
E diventare un lenzuolo, la stoffa delle tue mutandine o un ricordo lontano.
Te ne resti lì tranquilla, e nel sonno il tuo corpo si arrende al riscatto e si concede la tregua di un tardo pomeriggio di Marzo.
Fai bene, siamo qui, ma in fondo…mai per restare.
I minuti dentro al tuo lunghissimo caffè fumante si raffreddano e perdono senso.
Non abbiamo ossa abbastanza robuste per questo freddo di marzo.
Le battaglie di pixel si placano e non ci sono più post né feeds, finestre su mondi interminabili; e non c’è più bisogno di darmi il salario di un bacio sfuggente, tra i baffi che dici di amare e poi odi.
Il tuo pisolino è il centro di un cosmo che puoi semplicemente scordare per un’altra mezz’ora.
Intanto Daria, sogna stanze acquario con pesci rossi in formazione di volo, e stringe gli occhi per concentrarsi sulla rotta del suo desiderio, come se l’universo d’un tratto fosse diventato liquido.
Io mi perdo nel labirinto di un secondo capitolo, che annodo e sgroviglio come la patetica Penelope che non vuole guardare al domani e la tesi langue, e trema sullo schermo, per lo stress dei miei occhi iniettati di brace.
Vorrei coricarmi con te e scordarmi del tempo.
Del freddo di marzo.
Di quel pianto isterico che mi porto dentro.

Written by w.e.

novembre 22, 2012 at 7:46 pm

Pubblicato su Gli scritti

L’era di Gadelio – parte II

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di D.M.

Progetto per un racconto privo di senso / II
…dicevamo che Gadelio discese dall’Ormanno, per la via più aspra. Epperò forse varrà qualcosa, per i più attenti lettori, rammentare qui come vi fosse giunto (lì).

[flashback]

Alle ore 10:22 del 13 Aprile 2042, Gadelio scese come ogni mattina a controllare la cassetta della posta (ad onor di verità va precisato che lo faceva tutte le mattine che gli era possibile, e non sempre alla stessa precisa ora della mattina: valga come esempio che il giorno prima non aveva controllato la posta perchè recatosi in centro città per commissioni, e due giorni dopo la controllò, ma l’ora troppo presta (06:16) generò una totale assenza di posta; altri casi potrebbero essere qui riportati, ma spero che il concetto sia chiaro) e vi trovò una lettera.
La missiva era stata spedita da uno studio di avvocato – Adele Maria Veracini-Poggi, stava stampigliato sulla busta – e questo creò in Gadelio una certa attesa, e perché no, un certo timore.

Mentre saliva le scale della dimora avìta, peraltro ormai anelanti un serio intervento di ristrutturazione, o quantomeno di manutenzione ordinaria volta a sanare crepe, ripristinare gradini e rinforzare balaustre (va detto a maggior chiarezza che la balaustra era un bell’esemplare in ghisa risalente agli inizi del secolo XX, e fu realizzata – su espresso desiderio della contessina, che, sebbene al tempo decenne, già faceva intuire sia il suo gusto spiccato, sia la sua concreta attitudine ad ottenere ciò che voleva – fu realizzata, dicevamo, con decori in forma di frutta ed animali salvatici da un fabbro della zona, quel Branconi Edo di cui avremo modo di parlare in seguito, essendo uno dei suoi discendenti un protagonista (seppur di secondo piano) della storia che stiamo raccontando.
Gadelio giunse in casa ed aprì la busta… ora basta.
continua (forse)

Written by w.e.

luglio 1, 2008 at 12:24 am

Pubblicato su Gli scritti

Esercizi di ritmo e rumore #2

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di P.d’A.

Sotto la sedia
la nonna
-una prugna senz’acqua-
sorride

i fratelli che ridono
spaiati come calzini

allo stupore del salto
il letto s’incrina
(s’inchina?)
un battimani di polvere soffice innocuo
……………………………………….
mi prendi i lembi dei polsi
come tendessi lenzuoli

bèssiri bèssiri chi ti ‘ongu bobbòi
bèssiri bèssiri chi ti ‘ongu bobbòi
bèssiri bèssiri chi ti ‘ongu bobbòi
bèssiri bèssiri chi ti ‘ongu bobbòi

Written by w.e.

luglio 4, 2007 at 2:02 pm

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L’era di Gadelio

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di D.M.

Progetto per un racconto privo di senso.

Finisce l’era di Saturno, inizia quella di Gadelio.

Dalle pendici del vulcano Ormanno, attivo seppur limitato nella sua potenza dal benvolere che Egli donò agli omini, scese un dì Gadelio e la sua vista fu terrifica.

Per chi lo vedesse, ovvio.

Infatti chi lo vide disse “..terrifico” e chi non lo vide disse “..chi cazzo è Gadelio??”
(ad onor del vero le domande furono poste in maniera alquanto professionale da Perla Smorsati, giornalista di TeleMaremma 2, ad un campione preso accaso consistente in circa un decinaio di persone della provincia di Grosseto e zone limitrofe).

Si può quindi presumere, dalle interviste della Smorsati, nonchè dai rapporti di polizia del commissariato di Orbetello, ed infine dalla numerose voci, perlopiù incontrollate che qui riportiamo senza averle verificate, che i fatti si svolsero in tal guisa:

Alle ore 19.37 del 22 Maggio 2043, Gadelio, risvegliatosi da lungo sonno (questo si desume dalla testimonianza di una turista di passaggio, Tale Enrica di Cormano (MI). Ella infatti nella deposizione resa ai vigli urbani di Capalbio afferma “[omissis] Pareva egli persona che si sveglia dopo lungo sonno, avendogli io visto personalmente i capelli sgaruffati, le cispie agli occhi, e chiari segni di guanciale sgualcito che attraversavano la dilui faccia“).
La testimonianza appare degna di fede, seppur si faccia rilevare da più parti, ad esempio da parte dello stesso vigile che ha raccolto le parole della Tale, che essa “…dall’apparente età di oltre 70 anni, nonostante la carta d’identità elettronica ne attribuisse 56 cum lifting, appariva assai affaticata per l’ascesa e discesa dall’Ormanno, ponzava come un Terranova e puzzava di grappa il dilei alito“.

Dicevamo, svegliatosi Gadelio da lungo sonno, discese dall’Ormanno, per la via più aspra.

Ora basta, continua (forse)

Written by w.e.

maggio 24, 2007 at 10:30 am

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Appuntamento involontario per tre perfetti sconosciuti – parte III

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di Simone Ceccherini

IL MIGLIORE AMICO DELL’UOMO

I navigli, Milano duemilacinque, entriamo in una libreria, a cinquant’anni dalla morte pubblicano delle foto inedite. Penso. È caldo e mi stai occupando il letto.
Questo lenzuolo si è tutto appiccicato. Scusami. Mugoli qualcosa di incomprensibile. Vado in cucina, apro il frigorifero. Prendo una birra. La apro. Sorseggio. Godo. Esco. Fatti più in là, per piacere. Grazie. La violenza non è mai banale, il dolore è assicurato, certo. Non ne conosciamo l’intensità e la durata. Cosa sono questi sospiri? Ti chiedo solo di ascoltare. Qualcuno dovrà pur aiutarmi a tirare le fila. Va bene. Grazie.
Sei un tesoro.

Arrivano sul posto, danno un’occhiata rapida al quadro d’insieme, non possono fermarsi a riflettere, devono agire. Sono da poco passate le 18.00 del 30 settembre 1955. Scendono dall’auto di pattuglia. Il rumore di fondo, un misto di urla, brusii, sirene, vento, impedisce la concentrazione. Il vento si alza, i rottami ticchettano sull’asfalto. Tre autovetture: una Ford Sedan, una Chevrolet familiare e qualcosa che a prima vista sembra un pacchetto di sigarette accartocciato. C’è anche un’ambulanza che sta per caricare un ferito. C’è n’è un altro in piedi che cammina al centro della strada.

Donald Turnuspeed è un giovane studente californiano, non ha neanche trent’anni e la moglie incinta, la leggenda narra che abbia appena visto la “Valle dell’Eden”. Barcolla ma non cade. È immobile, la faccia ferita, e un pugno stretto sul petto a tenersi le costole, sarà riconosciuto innocente dall’accusa di omicidio colposo.
La dinamica è chiara. La Ford ha svoltato a sinistra e non si è accorta della Porche 550 che viaggiava come un riflesso di specchio sull’asfalto, inizia la manovra arriva ad occupare il centro della strada: l’impatto, frontale. Il lato sinistro della spider viene spazzato via, il cofano anteriore si apre, quello posteriore vola via, la corsa finisce su un palo della linea telefonica. James Byron Dean, ventiquattrenne attore di Fairmount, Indiana, ha avuto la peggio. La t-shirt bianca impregnata di sangue e la posa di una marionetta a riposo. Le vertebre si sono rotte e la testa si è appoggiata sulla spalla. Estrarlo dal cockpit non deve essere stato facile, i piedi erano incastrati sotto il piantone dello sterzo e dentro la frizione. È ancora vivo quando lo caricano sull’ambulanza, tra l’altro saranno anche tamponati mentre vanno all’ospedale.

Oltre il palo del telefono si intravede un sedile, un uomo proiettato dall’urto fuori dall’abitacolo giace nella terra polverosa. Rolph Wütherich, ventinove anni, tedesco, il meccanico, la faccia sul terreno, le gambe e le caviglie gli hanno fatto assumere una posa innaturale. Al momento se la cava con un mese di ospedale e sette di riabilitazione. Morirà nella sua terra natia il ventuno luglio del 1981 a seguito di un incidente stradale.

Volevo raccontare una fatto banale, se cambiate i nomi dei protagonisti lo sarà. Dimenticavo. Io sono il terzo sconosciuto, e rimarrò tale.
Ringrazio il mio Zeno, un boxer fulvo di quattro anni che ha la pazienza di ascoltare.

Appuntamento involontario per tre perfetti sconosciuti – parte I

Appuntamento involontario per tre perfetti sconosciuti – parte II

Written by w.e.

maggio 18, 2007 at 12:21 am

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Appuntamento involontario per tre perfetti sconosciuti – parte II

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di Simone Ceccherini

IL MITO DEL PADRE

– Mi dispiace, come le avevo anticipato, non ha nessuna intenzione di rilasciare alcuna intervista. Mi creda non è cosa.
– Sicuro, lo sento dal suo tono di voce. Posso scrivere che non rilascia interviste da cinquant’anni?
– Scriva che cinquant’anni di silenzio parlano da soli.
– Mi sembra ragionevole. La saluto e non manchi di farlo con il signor Turnupseed.
– Lo farò. Arrivederci.
Mi rassicuri con lo sguardo. La tua profonda ammirazione per me è stata motivo di gioia e di ansia.
Non sono sempre stato un uomo retto, integerrimo, giusto, dotato e amato.
Hai voluto, forse dovuto, crederlo. Un mito non può essere infangato dal dubbio.
Vedi cara, apprezzi il fatto che, con dignità e senza speculazioni, mi sia portato dietro un fardello così pesante per cinquant’anni. Non è vero. L’America se l’è voluto portare dietro e non certo per pietà, non abbiamo una storia, dobbiamo crearcela.
Le foto da attaccare ai muri delle case, i personaggi di cui parlare, i libri da scrivere su questo o su quel morto ammazzato, gli scandali, gli omicidi dei presidenti e dei leader politici ci aiutano a creare un passato. Senza miti, senza icone, come potremmo alimentare la memoria collettiva? Siamo un paese Popular, del resto l’America è una grande provincia.
In quel giorno, a quell’ora, su quella macchina, lungo quella strada, tuo padre guidava felice – tua madre era in stato interessante -, pensava al tuo nome mentre guidava la Tudor di tuo nonno, non aveva visto “Il gigante”, non si era accorto e non ricorda nulla. È stato solo un banale incidente stradale, ad un ora banale, su una strada senza importanza. Sai qual è la cosa più strana? Per milioni di giovani americani, quell’incidente rappresenta l’inizio di un mito e di un periodo, che ha influenzato nel bene e nel male il loro modo di vivere la loro jeunesse. Io sono rimasto escluso, non ho potuto condividerlo. Come avrei potuto osare tanto?
Ancora oggi mi chiedono di rilasciare un’intervista. Va bene. Vorrei parlare delle mie riflessioni immaginarie sul cambiamento dei costumi negli Stati Uniti d’America a seguito dell’incidente stradale di Paso Robles.
– Potresti abbassare la tenda?
– Certo. Vuoi una tazza di caffè.
– Grazie.
– Come nei migliori telefilm papà!
Stiamo ridendo. Non della stessa cosa.
Non capite vero?
Neanche io ho le idee troppo chiare.

Appuntamento involontario per tre perfetti sconosciuti – parte I

Written by w.e.

maggio 7, 2007 at 8:39 pm

Pubblicato su Gli scritti