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Archive for the ‘Tecnologia alta e bassa’ Category

Accenti

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di W.E.

Un giorno, non so se fossi già alle elementari, rivolsi a mia madre una domanda che mi frullava nella testa da un po’. Il ricordo è molto vivido: gliela feci mentre rientravamo a casa e lei arrestava l’auto nel garage del nostro vecchio condominio. Le chiesi come si facesse a distinguere per iscritto le due “o” che venivano pronunciate in modo diverso (evidentemente, senza saperlo, mi riferivo alla “o” con l’accento grave e a quella con l’accento acuto).
Lei mi rigirò la domanda, curiosa dell’idea che potevo aver sviluppato in autonomia, e io azzardai: una si scrive più grande e più “ciccia”, l’altra più piccola e “magra”. Non era male come idea.
Oggi gli accenti sono, insieme alla punteggiatura, una delle mie fissazioni, e noto con disappunto che sono in molti a non usarli in modo corretto (nemmeno quando trattano specificamente dell’argomento, vedi l’errore nella pagina al link sottostante).
Sono consapevole del fatto che siamo disabituati a scrivere, soprattutto non siamo più abituati a scrivere facendo attenzione alla forma: scriviamo sms, scriviamo su facebook e twitter, scriviamo mail sbrigative e spesso di corsa o facendo altre tre, quattro cose insieme. L’uso della tecnologia ci ha certo facilitato, ma in molte cose ci ha anche impigrito; quanti di noi scrivono ancora lunghe parti di testo a mano?
Ma il punto non è solo questo. Per alcuni versi, in realtà, la tecnologia potrebbe aiutarci a migliorare nello scrivere, piuttosto che il contrario. Potrebbe rendere più facile e frequente l’allenamento, il confronto, le correzioni. Invece sembra che ci piaccia di più cavalcare l’onda contraria.
Se poi, addirittura ci mettono i bastoni tra le ruote, allora siamo fritti.

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Written by w.e.

dicembre 10, 2012 at 6:44 pm

Sì, viaggiare!

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di W.E.

Da poco ho fatto un viaggio di una settimana, in due capitali europee – in una per lavoro, nell’altra per prendermi due giorni di vacanza e vedere un concerto – e il mio viaggio sarebbe stato molto diverso se la rete non fosse esistita.
Grazie ad Internet ho potuto confrontare i prezzi dei voli e prenotare quelli più convenienti, ho potuto comprare il biglietto del concerto prima che andasse sold-out, e poi trovarne un altro una volta finiti i biglietti grazie ad un post su Facebook; ho avuto un alloggio gratuito grazie a Couchsurfing (ma soprattutto ho pututo conoscere la bella persona che era il mio ospite, e poi un altro surfer del divano con cui ho semplicemente passato due piacevoli ore a pranzo); ho poi affittato una stanza in un altro appartamento pagando molto poco grazie a Airbnb (e ho conosciuto, così, una giovane fotografa); ho potuto studiare anticipatamente programmi e orari di musei e mostre organizzando le mie visite, ho ritrovato due vecchie amiche e le loro famiglie.
Grazie alle persone che mi hanno ospitato e ai loro consigli ho potuto raggiungere facilmente aeroporti e stazioni, muovermi agilmente in città che non sono la mia sentendomi meno turista; ho potuto vedere la mostra di un fotografo che non conoscevo, assaggiare un piatto tipico nel locale dove andava assaggiato, passeggiare per quartieri che altrimenti non avrei neanche sentito nominare.
Grazie Internet, forse con il tuo aiuto riuscirò a realizzare il mio progetto più ambizioso.

Written by w.e.

novembre 10, 2012 at 9:18 pm

Black Mirror

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di W.E.

“If technology is a drug – and it does feel like a drug – then what, precisely, are the side-effects? This area – between delight and discomfort – is where Black Mirror, my new drama series, is set. The ‘black mirror’ of the title is the one you’ll find on every wall, on every desk, in the palm of every hand: the cold, shiny screen of a TV, a monitor, a smartphone” (da wikipedia).

Così Charlie Brooker spiega al Guardian il titolo della serie in tre parti da lui creata.
Ispirata a The Twilight Zone – serie americana di fine anni ’50 di Rod Serling – e a Tales of Unexpected – questa volta inglese, ad opera di Roald Dahl e mandata in onda tra il 1979 e il 1988 – allo stesso modo, lo scopo di Black Mirror è di “cercare di penetrare il nostro disagio nel mondo moderno”.
I tre episodi, a se stanti, e tutti ugualmente ben sceneggiati, ben girati e ben interpretati, sono ambientati in contesti diversi, e hanno differenti attori e personaggi.
Tutti si collocano temporalmente nel presente o in un ipotetico ma apparentemente vicino futuro. Ciò che inizialmente può sembrare ironico, o perfino ridicolo, diventa, lungo il percorso della puntata, improvvisamente carico di oppressione.
In The National Anthem, il primo ministro inglese riceve un’assurda richiesta di riscatto dai rapitori dell’erede al trono d’Inghilterra, che lo metterà in una difficilissima posizione (letteralmente) davanti agli occhi di tutto il mondo. In 15 Millions of Merits, la società del futuro è chiusa in immenso edificio da cui è impossibile uscire e in cui la vita è scandita da cyclette e grandi schermi; attività alienanti e ripetitive permettono alle persone di accumulare dei punti (“merits”), tramite i quali è possibile soddisfare i propri vizi, fino a comprarsi la possibilità di partecipare ad un talent show. L’ultimo episodio si intitola The Entire Hystory of You: un chip impiantato nel cervello (“grain”) permette di archiviare con immagini e video i propri ricordi, potendoli rivedere in ogni momento, e anche proiettarli sul muro per vederli in compagnia.
Lo sconforto che si prova seguendo gli eventi (quel che pare in un primo momento assurdo non riguarda solo lo strumento o il suo utilizzo ma anche e soprattutto i termini in cui l’individuo è ad essi vincolato – e, un momento dopo, questo vincolo ci sembra del tutto plausibile) cresce con la sofferenza dei protagonisti, soverchiati da quella stessa tecnologia che permette loro di essere (o, idealmente, di non essere) uguale agli altri, che sempre gli ha facilitato la vita ma infine gliela distrugge.
Il plot twist che in The Tales of Unexpected è anticipato nel titolo di ogni episodio è qui reiterato, ad indicare come l’unione dell’atto e del sentire umano alle elettroniche predisposizioni della macchina, possano, insieme e consecutivamente, prima portarci beneficio e poi condurre alla nostra debacle.
Qual è il punto in cui la nostra dipendenza dalla tecnologia, crescente nel tempo (e in modo proporzionale alla velocità del suo rinnovamento), può diventare irrimediabilmente pericolosa per il nostro reale benessere e per il nostro effettivo progresso come esseri umani?
Buona visione!