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Accenti

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di W.E.

Un giorno, non so se fossi già alle elementari, rivolsi a mia madre una domanda che mi frullava nella testa da un po’. Il ricordo è molto vivido: gliela feci mentre rientravamo a casa e lei arrestava l’auto nel garage del nostro vecchio condominio. Le chiesi come si facesse a distinguere per iscritto le due “o” che venivano pronunciate in modo diverso (evidentemente, senza saperlo, mi riferivo alla “o” con l’accento grave e a quella con l’accento acuto).
Lei mi rigirò la domanda, curiosa dell’idea che potevo aver sviluppato in autonomia, e io azzardai: una si scrive più grande e più “ciccia”, l’altra più piccola e “magra”. Non era male come idea.
Oggi gli accenti sono, insieme alla punteggiatura, una delle mie fissazioni, e noto con disappunto che sono in molti a non usarli in modo corretto (nemmeno quando trattano specificamente dell’argomento, vedi l’errore nella pagina al link sottostante).
Sono consapevole del fatto che siamo disabituati a scrivere, soprattutto non siamo più abituati a scrivere facendo attenzione alla forma: scriviamo sms, scriviamo su facebook e twitter, scriviamo mail sbrigative e spesso di corsa o facendo altre tre, quattro cose insieme. L’uso della tecnologia ci ha certo facilitato, ma in molte cose ci ha anche impigrito; quanti di noi scrivono ancora lunghe parti di testo a mano?
Ma il punto non è solo questo. Per alcuni versi, in realtà, la tecnologia potrebbe aiutarci a migliorare nello scrivere, piuttosto che il contrario. Potrebbe rendere più facile e frequente l’allenamento, il confronto, le correzioni. Invece sembra che ci piaccia di più cavalcare l’onda contraria.
Se poi, addirittura ci mettono i bastoni tra le ruote, allora siamo fritti.

Written by w.e.

dicembre 10, 2012 at 6:44 pm

Mare

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di W.E.

Quando cominciai a vivere lontano dal mare il mondo che approcciavo comportava troppe novità per non assorbirmi del tutto.
Poi fu sempre più normale vedere il mare poco tempo all’anno (e sempre meno spesso d’inverno); gli appuntamenti in acqua cominciavano a diventare preziosi; ne facevo un computo, come se fosse importante aumentarne il numero.
Ho sempre detto a tutti quelli che mi invidiavano il mare – o a quelli che come me, se ne erano allontanati – che in fondo non era poi stato così difficile abituarsi alla sua assenza. Lo dicevo con convinzione.
Se non che, durante un’estate particolarmente tranquilla e piacevole, mi è capitato di frequentarlo più volte, e di avere tutti i giorni la certezza che fosse lì a portata di mano: andavo ad assicurarmene ogni tanto, cercandolo dalla finestra e uscendo sulla terrazza a guardarlo.
Mi stupì l’aumento improvviso del battito cardiaco quando per errore pensai che stavo uscendo dall’acqua per l’ultima volta. E una mattina molto presto, mi fu impossibile continuare a dormire dopo aver deciso di rinunciare ad un ultimo incontro sul fare del giorno.
Così, mentre quell’estate andava spegnendosi, la distanza che mi separava dal mare mi sembrò all’improvviso inaccettabile.
Non riuscivo a pensare ad altro che al giorno in cui avevo deciso che lo avrei rivisto dalla mattina presto:  avrei potuto nuotarci dentro mille volte finché, anche il sole andando sott’acqua, sarebbe arrivato il momento di uscire.
L’amore con cui ho preparato quel nuovo addio ha reso più dolce il distacco.
Ma, sempre, mi manca senza rimedio, il mare che a tratti mi pare solo mio, dove tutto si ottunde, dove tutto è senza rumore e senza posa, e dove sempre il mio corpo trova la pace migliore.

Written by w.e.

dicembre 3, 2012 at 9:47 pm

Pubblicato su Incontri, Rielaborazioni

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Maleppeggio e Percolazione

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di W.E.

maleppeggioFelicissime scoperte di oggi sono due bellissimi vocaboli (trovate le definizioni alla pagina Vocaboli in progress) che non conoscevo.
Uno è il nome di un attrezzo, che somiglia al piccone ma sul lato in cui dovrebbe avere la punta ha invece un taglio posizionato ortogonalmente rispetto all’altro (vedi immagine). Si chiama “maleppeggio”, mi sembra una cosa favolosa. Navigando in rete si legge che alla domanda “Perché si chiama così?” fatta a un muratore che ne faceva uso, la risposta sia stata: “Perché da una parte fa male e dall’altra fa peggio”.
L’altro è “percolazione”, che sta ad indicare il lento passaggio di un liquido attraverso un solido filtrante. “L’acqua passa per percolazione…” ho sentito spiegarmi stamattina, ed avendo le mie orecchie perso per strada la preposizione, ho per un attimo visto l’acqua riposarsi ad un bar davanti a un caffè.

Written by w.e.

novembre 24, 2012 at 7:00 pm

Acquari e monitor

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di Alessandro Pagni

Come affonda sana la tua bocca dentro al mio cuscino.
Mentre diventi una mummia di coperte leziose, con gattini e cani che corrono su prati di pile.
Vorrei essere una federa di carne che bolle.
Vorrei sciogliere il freddo e pensare che sia quello il tuo cruccio.
E diventare un lenzuolo, la stoffa delle tue mutandine o un ricordo lontano.
Te ne resti lì tranquilla, e nel sonno il tuo corpo si arrende al riscatto e si concede la tregua di un tardo pomeriggio di Marzo.
Fai bene, siamo qui, ma in fondo…mai per restare.
I minuti dentro al tuo lunghissimo caffè fumante si raffreddano e perdono senso.
Non abbiamo ossa abbastanza robuste per questo freddo di marzo.
Le battaglie di pixel si placano e non ci sono più post né feeds, finestre su mondi interminabili; e non c’è più bisogno di darmi il salario di un bacio sfuggente, tra i baffi che dici di amare e poi odi.
Il tuo pisolino è il centro di un cosmo che puoi semplicemente scordare per un’altra mezz’ora.
Intanto Daria, sogna stanze acquario con pesci rossi in formazione di volo, e stringe gli occhi per concentrarsi sulla rotta del suo desiderio, come se l’universo d’un tratto fosse diventato liquido.
Io mi perdo nel labirinto di un secondo capitolo, che annodo e sgroviglio come la patetica Penelope che non vuole guardare al domani e la tesi langue, e trema sullo schermo, per lo stress dei miei occhi iniettati di brace.
Vorrei coricarmi con te e scordarmi del tempo.
Del freddo di marzo.
Di quel pianto isterico che mi porto dentro.

Written by w.e.

novembre 22, 2012 at 7:46 pm

Pubblicato su Gli scritti

Haneke, Segre, Affleck

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di W.E.

I tre film visti nelle ultime due settimane (a parte altre cose in cui ho inciampato e di cui mi occuperò più avanti), sono stati girati dai registi nominati nel titolo.

L’ultimo film di Haneke, Palma d’oro al Festival di Cannes, è, come ho letto da qualche parte, bellissimo e dolorosissimo. Parigi: la vita di Anne e Georges, due insegnanti di musica in pensione – una coppia unita e complice che trascorre la vecchiaia con serenità – viene sconvolta dalla progressiva paralisi cerebrale di lei in seguito ad un ictus. La storia che Amour narra inizia violentemente partendo dalla fine (con una scena che ovviamente non vi racconterò), senza però anticipare del tutto la complessità del titolo. Il resto del film è un lento procedere a quell’esito, un viaggio nel quotidiano in cui il regista ci accompagna attraverso i dettagli del percorso che la coppia si trova ad affrontare. Sono le piccole espressioni del viso, i passi incerti, le sbaffate reazioni inconsulte, la sofferenza silenziosa, la rabbia repressa, il senso d’impotenza trattenuto, che ci fanno leggere il modo in cui i due protagonisti vengono via via a contatto con la realtà di quello che gli sta accadendo. Improvvisano soluzioni, si sforzano di fare il meglio che possono, di fare ciò che è giusto, nel tentativo di non riununciare a lottare. È incredibile come Haneke, a tratti, riesca quasi a togliere le rughe ai due attori facendoli sembrare due anime senza età, due persone nel mondo che come milioni di altre si trovano a faccia a faccia con la malattia e la morte. Le persone: tutte uguali davanti alla malattia, la morte, la separazione, tutte uguali e tutte sole; quando ancora non lo sanno, indistinguibili nella platea di un teatro, ma anche quando lo comprendono con terrore davanti agli occhi delle persone che più amano e da cui sono più amate.
Grandissima prova di Jean-Louis Trintignant e Emanuelle Riva.
I titoli di testa e quelli di coda, in bianco su nero, regolari, composti, e muti (non hanno alcun sottofondo musicale), sembrano contenere già tutta la lucida e ineluttabile realtà della malattia che, come farebbe un sonoro schiaffo, sveglia l’essere umano dal torpore dell’abitudine alla vita.

Io sono Li è il primo lungometraggio di finzione di Andrea Segre, giovane e talentuoso regista italiano (tra i suoi documentari, Mare Chiuso, Il sangue verde, Come un uomo sulla terra) – film che, come altre ottime pellicole italiane, ha inizialmente avuto una distribuzione insufficiente e discontinua.
A Li, giovane cinese che lavora in una fabbrica a Roma, viene ordinato di trasferirsi a Chioggia per gestire un piccolo bar davanti alla laguna veneta.
Li è una donna gentile, solerte, e corretta, con un unico obiettivo: lavorare senza risparmiarsi per saldare il prima possibile il debito che la separa dal ricongiungimento con il figlio di 8 anni. L’unica persona a comprenderne l’animo e a diventarle amica è Bepi – guarda caso un altro straniero – un pescatore di origini slave che frequenta abitualmente il bar. Bepi si affeziona a questa donna, così lontana dai modi sbrigativi e stretti della laguna e dal suo dialetto impervio.
Da un lato la comunità operosa, chiusa e diffidente dei cinesi, che contribuisce a definire la società in cui costruisce i suoi affari senza appartenervi, dall’altro la piccola comunità veneta abituata ai capricci del mare ma poco avvezza a conoscere quello che si può trovarne al di là, sono come attraversate da queste due figure che, in modo del tutto naturale, ne prendono le distanze. Il loro essere diversi li avvicina, creando quella corrispondenza di affetti in grado di regalare loro una gioia leggera a fine giornata, un sorriso, una storia, una poesia, e che gli permette di uscire dalla loro solitudine.
Segre osserva tenendosi a distanza, senza cadere in facili sentimentalismi, questo incontro sulla laguna, dove il volo dei gabbiani si confonde con le cime innevate che si scorgono lontano, e dove l’acqua ricopre le banchine fino a insinuarsi dolcemente nelle case, dove la natura somiglia alla natura umana, condividendone la malinconia e il mistero.

L’ultimo film che ho visto è la terza regia di Ben Affleck. Argo ripercorre l'”esfiltrazione” di sei membri dell’ambasciata americana ostaggi in Iran, avvenuta ad opera dell’agente della CIA Tony Mendez nel novembre del 1979 – quando lo scià Mohammad Reza Pahlavi era costretto a fuggire e Khomeini prendeva il potere. Per coprire l’uscita dei sei diplomatici dal Paese, in accordo col governo canadese e con il benestare di Carter, venne dato il via ad una finta produzione cinematografica (un copione fantascientifico dal titolo “Argo”): la CIA operò con l’aiuto di Hollywood e in particolare del truccatore John Chambers (John Goodman) e del produttore Lester Siegel (Alan Arkin), e attraverso un fittizio studio di produzione (Studio 6 – dal numero degli ostaggi). Tony Mendez entrò in Iran e si mise in contatto con i quattro uomini e le due donne, nascosti nell’ambasciata canadese, fornendogli nuove identitià e passaporti falsi, istruendoli sull’operazione e riuscendo infine a imbarcarli su un volo della Swiss Air.
Argo è un film pieno di suspance, soprattutto nella parte finale (tanto che pur conoscendo l’esito dell’operazione, lo spettatore soffrirà fino all’ultimo secondo insieme ai protagonisti) ma è anche un film asciutto, che non indulge sul sensazionalismo dell’evento né fa leva, come molti film di spionaggio a stelle e strisce, sulla tipica affermazione della superiorità americana. Ci vollero molti anni prima che si potesse svelare il modo in cui la CIA e Hollywood avevano contribuito a questa “esfiltrazione”, che al tempo fu attribuita nella sua totalità al governo canadese. La soddisfazione della riuscita di questa idea, originale tanto quanto rischiosa, somiglia proprio a quel segreto non svelato, si legge nell’impercettibile sorriso che il protagonista Tony Mendez (lo stesso Affleck), si concede alla fine, quasi una smorfia involontaria che accompagna il ritirarsi del carrello dell’aereo e l’abbandono del suolo iraniano.

Sì, viaggiare!

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di W.E.

Da poco ho fatto un viaggio di una settimana, in due capitali europee – in una per lavoro, nell’altra per prendermi due giorni di vacanza e vedere un concerto – e il mio viaggio sarebbe stato molto diverso se la rete non fosse esistita.
Grazie ad Internet ho potuto confrontare i prezzi dei voli e prenotare quelli più convenienti, ho potuto comprare il biglietto del concerto prima che andasse sold-out, e poi trovarne un altro una volta finiti i biglietti grazie ad un post su Facebook; ho avuto un alloggio gratuito grazie a Couchsurfing (ma soprattutto ho pututo conoscere la bella persona che era il mio ospite, e poi un altro surfer del divano con cui ho semplicemente passato due piacevoli ore a pranzo); ho poi affittato una stanza in un altro appartamento pagando molto poco grazie a Airbnb (e ho conosciuto, così, una giovane fotografa); ho potuto studiare anticipatamente programmi e orari di musei e mostre organizzando le mie visite, ho ritrovato due vecchie amiche e le loro famiglie.
Grazie alle persone che mi hanno ospitato e ai loro consigli ho potuto raggiungere facilmente aeroporti e stazioni, muovermi agilmente in città che non sono la mia sentendomi meno turista; ho potuto vedere la mostra di un fotografo che non conoscevo, assaggiare un piatto tipico nel locale dove andava assaggiato, passeggiare per quartieri che altrimenti non avrei neanche sentito nominare.
Grazie Internet, forse con il tuo aiuto riuscirò a realizzare il mio progetto più ambizioso.

Written by w.e.

novembre 10, 2012 at 9:18 pm

Black Mirror

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di W.E.

“If technology is a drug – and it does feel like a drug – then what, precisely, are the side-effects? This area – between delight and discomfort – is where Black Mirror, my new drama series, is set. The ‘black mirror’ of the title is the one you’ll find on every wall, on every desk, in the palm of every hand: the cold, shiny screen of a TV, a monitor, a smartphone” (da wikipedia).

Così Charlie Brooker spiega al Guardian il titolo della serie in tre parti da lui creata.
Ispirata a The Twilight Zone – serie americana di fine anni ’50 di Rod Serling – e a Tales of Unexpected – questa volta inglese, ad opera di Roald Dahl e mandata in onda tra il 1979 e il 1988 – allo stesso modo, lo scopo di Black Mirror è di “cercare di penetrare il nostro disagio nel mondo moderno”.
I tre episodi, a se stanti, e tutti ugualmente ben sceneggiati, ben girati e ben interpretati, sono ambientati in contesti diversi, e hanno differenti attori e personaggi.
Tutti si collocano temporalmente nel presente o in un ipotetico ma apparentemente vicino futuro. Ciò che inizialmente può sembrare ironico, o perfino ridicolo, diventa, lungo il percorso della puntata, improvvisamente carico di oppressione.
In The National Anthem, il primo ministro inglese riceve un’assurda richiesta di riscatto dai rapitori dell’erede al trono d’Inghilterra, che lo metterà in una difficilissima posizione (letteralmente) davanti agli occhi di tutto il mondo. In 15 Millions of Merits, la società del futuro è chiusa in immenso edificio da cui è impossibile uscire e in cui la vita è scandita da cyclette e grandi schermi; attività alienanti e ripetitive permettono alle persone di accumulare dei punti (“merits”), tramite i quali è possibile soddisfare i propri vizi, fino a comprarsi la possibilità di partecipare ad un talent show. L’ultimo episodio si intitola The Entire Hystory of You: un chip impiantato nel cervello (“grain”) permette di archiviare con immagini e video i propri ricordi, potendoli rivedere in ogni momento, e anche proiettarli sul muro per vederli in compagnia.
Lo sconforto che si prova seguendo gli eventi (quel che pare in un primo momento assurdo non riguarda solo lo strumento o il suo utilizzo ma anche e soprattutto i termini in cui l’individuo è ad essi vincolato – e, un momento dopo, questo vincolo ci sembra del tutto plausibile) cresce con la sofferenza dei protagonisti, soverchiati da quella stessa tecnologia che permette loro di essere (o, idealmente, di non essere) uguale agli altri, che sempre gli ha facilitato la vita ma infine gliela distrugge.
Il plot twist che in The Tales of Unexpected è anticipato nel titolo di ogni episodio è qui reiterato, ad indicare come l’unione dell’atto e del sentire umano alle elettroniche predisposizioni della macchina, possano, insieme e consecutivamente, prima portarci beneficio e poi condurre alla nostra debacle.
Qual è il punto in cui la nostra dipendenza dalla tecnologia, crescente nel tempo (e in modo proporzionale alla velocità del suo rinnovamento), può diventare irrimediabilmente pericolosa per il nostro reale benessere e per il nostro effettivo progresso come esseri umani?
Buona visione!