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Mare

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di W.E.

Quando cominciai a vivere lontano dal mare il mondo che approcciavo comportava troppe novità per non assorbirmi del tutto.
Poi fu sempre più normale vedere il mare poco tempo all’anno (e sempre meno spesso d’inverno); gli appuntamenti in acqua cominciavano a diventare preziosi; ne facevo un computo, come se fosse importante aumentarne il numero.
Ho sempre detto a tutti quelli che mi invidiavano il mare – o a quelli che come me, se ne erano allontanati – che in fondo non era poi stato così difficile abituarsi alla sua assenza. Lo dicevo con convinzione.
Se non che, durante un’estate particolarmente tranquilla e piacevole, mi è capitato di frequentarlo più volte, e di avere tutti i giorni la certezza che fosse lì a portata di mano: andavo ad assicurarmene ogni tanto, cercandolo dalla finestra e uscendo sulla terrazza a guardarlo.
Mi stupì l’aumento improvviso del battito cardiaco quando per errore pensai che stavo uscendo dall’acqua per l’ultima volta. E una mattina molto presto, mi fu impossibile continuare a dormire dopo aver deciso di rinunciare ad un ultimo incontro sul fare del giorno.
Così, mentre quell’estate andava spegnendosi, la distanza che mi separava dal mare mi sembrò all’improvviso inaccettabile.
Non riuscivo a pensare ad altro che al giorno in cui avevo deciso che lo avrei rivisto dalla mattina presto:  avrei potuto nuotarci dentro mille volte finché, anche il sole andando sott’acqua, sarebbe arrivato il momento di uscire.
L’amore con cui ho preparato quel nuovo addio ha reso più dolce il distacco.
Ma, sempre, mi manca senza rimedio, il mare che a tratti mi pare solo mio, dove tutto si ottunde, dove tutto è senza rumore e senza posa, e dove sempre il mio corpo trova la pace migliore.

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Written by w.e.

dicembre 3, 2012 at 9:47 pm

Pubblicato su Incontri, Rielaborazioni

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