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Black Mirror

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di W.E.

“If technology is a drug – and it does feel like a drug – then what, precisely, are the side-effects? This area – between delight and discomfort – is where Black Mirror, my new drama series, is set. The ‘black mirror’ of the title is the one you’ll find on every wall, on every desk, in the palm of every hand: the cold, shiny screen of a TV, a monitor, a smartphone” (da wikipedia).

Così Charlie Brooker spiega al Guardian il titolo della serie in tre parti da lui creata.
Ispirata a The Twilight Zone – serie americana di fine anni ’50 di Rod Serling – e a Tales of Unexpected – questa volta inglese, ad opera di Roald Dahl e mandata in onda tra il 1979 e il 1988 – allo stesso modo, lo scopo di Black Mirror è di “cercare di penetrare il nostro disagio nel mondo moderno”.
I tre episodi, a se stanti, e tutti ugualmente ben sceneggiati, ben girati e ben interpretati, sono ambientati in contesti diversi, e hanno differenti attori e personaggi.
Tutti si collocano temporalmente nel presente o in un ipotetico ma apparentemente vicino futuro. Ciò che inizialmente può sembrare ironico, o perfino ridicolo, diventa, lungo il percorso della puntata, improvvisamente carico di oppressione.
In The National Anthem, il primo ministro inglese riceve un’assurda richiesta di riscatto dai rapitori dell’erede al trono d’Inghilterra, che lo metterà in una difficilissima posizione (letteralmente) davanti agli occhi di tutto il mondo. In 15 Millions of Merits, la società del futuro è chiusa in immenso edificio da cui è impossibile uscire e in cui la vita è scandita da cyclette e grandi schermi; attività alienanti e ripetitive permettono alle persone di accumulare dei punti (“merits”), tramite i quali è possibile soddisfare i propri vizi, fino a comprarsi la possibilità di partecipare ad un talent show. L’ultimo episodio si intitola The Entire Hystory of You: un chip impiantato nel cervello (“grain”) permette di archiviare con immagini e video i propri ricordi, potendoli rivedere in ogni momento, e anche proiettarli sul muro per vederli in compagnia.
Lo sconforto che si prova seguendo gli eventi (quel che pare in un primo momento assurdo non riguarda solo lo strumento o il suo utilizzo ma anche e soprattutto i termini in cui l’individuo è ad essi vincolato – e, un momento dopo, questo vincolo ci sembra del tutto plausibile) cresce con la sofferenza dei protagonisti, soverchiati da quella stessa tecnologia che permette loro di essere (o, idealmente, di non essere) uguale agli altri, che sempre gli ha facilitato la vita ma infine gliela distrugge.
Il plot twist che in The Tales of Unexpected è anticipato nel titolo di ogni episodio è qui reiterato, ad indicare come l’unione dell’atto e del sentire umano alle elettroniche predisposizioni della macchina, possano, insieme e consecutivamente, prima portarci beneficio e poi condurre alla nostra debacle.
Qual è il punto in cui la nostra dipendenza dalla tecnologia, crescente nel tempo (e in modo proporzionale alla velocità del suo rinnovamento), può diventare irrimediabilmente pericolosa per il nostro reale benessere e per il nostro effettivo progresso come esseri umani?
Buona visione!

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