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Noi orfani di Breaking Bad

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di W.E.

Breaking BadC’è tutta una fetta di mondo che già da un po’ di tempo lamenta forte nostalgia per Breaking Bad (d’ora in poi “BB”). Io faccio parte di questa fetta di mondo.
Se chi legge non fa parte di questa fetta di mondo significa che o non ha mai visto neanche una puntata di BB – il che è piuttosto strano – o deve ancora arrivare alla fine. Quindi attenzione, questo post potrebbe contenere spoiler.

Noi orfani di BB pensiamo, con la certezza di aver ragione, che BB sia, fuori da ogni ragionevole dubbio, la migliore serie televisiva mai realizzata negli ultimi vent’anni (vi ricordo che Twin Peaks è del 1990). D’altra parte non lo diciamo solo noi.
Questo dovrebbe essere sufficiente per capire che, da quando è finita l’ultima puntata, siamo un po’ in lutto. Cerchiamo di scovare qualcosa che possa intrattenerci mentre ci crogioliamo in ricordi con video stupidi e però bellissimi (1, 2), e nelle manifestazioni tutte che ci riportino almeno per un momento breve a quell’atmosfera del New Mexico.
Abbiamo insieme odiato e amato i personaggi nella loro complessa evoluzione, abbiamo goduto (e a volte ci siamo disperati) per le numerose scene totalmente inaspettate, ci siamo interrogati sul possibile finale per quasi tutti i 62 episodi senza riuscire a fare pronostici più di tanto precisi.
Abbiamo anche gongolato su ogni canzoncina col sombrero, personalmente ho fatto in modo di procurarmi la colonna sonora delle prime due stagioni.
La sceneggiatura di BB è così impeccabile che di fatto trasforma una serie a puntate in un unico film avvincentissimo di 2.790 minuti. Non contempla quelle tremende forzature di alcune serie per cui è evidente che gli sceneggiatori si stanno arrampicando sugli specchi – vuoi perché somigliano agli sceneggiatori di Boris, o perché improvvisamente si è deciso di produrre una nuova stagione quando la serie era ormai decretata morta. In acuni casi queste forzature sono fin troppo vicine a quelle che ben conosciamo nelle telenovelas (vedi il caso di Revenge, che reggeva giusto fino alle prime due puntate e poi smetteva di valere la pena, nonostante il personaggio e l’interpretazione di Madeleine Stowe).
No, niente di tutto ciò in BB. Tutto torna, dall’inizio alla fine, nell’arco di una magica parabola alimentata dal concetto di cambiamento che sta alla base della sua concezione, come spiega bene Vince Gilligan (che lo ha ideato, ne ha sceneggiato 12 puntate e dirette 4, e figura tra i produttori esecutivi di tutte e cinque la stagioni):

«la televisione è storicamente brava a tenere i suoi personaggi in una stasi autoimposta in modo che gli spettacoli possano andare avanti per anni o addirittura decenni. Quando ho capito questo, il passo logico successivo è stato quello di pensare a come poter fare una serie in cui l’impulso fondamentale sia verso il cambiamento». Ha aggiunto che il suo obiettivo con Walter White era di farlo passare da Mr. Chips a Scarface (…). Con il procedere della serie l’ideatore e lo staff di sceneggiatori di Breaking Bad hanno reso Walter sempre più insensibile e freddo. Gilligan ha detto: «sta passando dall’essere un protagonista all’essere un antagonista. Vogliamo che le persone si domandino per chi fare il tifo, e perché».
(fonte: Wikipedia)

Gioco forza BB ha una fine vera e propria. Non ci saranno altre stagioni di BB, non sarebbe possibile. Gli stessi fan non sarebbero in grado di accettare un caso simile, pur essendo privati di Walter e Jesse per il resto della loro vita televisiva.
Voi dell’altra parte di mondo potrete argomentare che l’entusiasmo di noi orfani di BB sia un po’ sopra le righe, se non eccessivo; vi rispondo che ne potremo parlare solo dopo che avrete visto BB fino all’ultima puntata.
E comunque, a parte tutto, rimangono i semplici fatti: si tratta di una serie sceneggiata e girata ottimamente, con attori estremamente bravi, con un’ironia sottile, a volte leggera, a volte becera e fredda come i metalli blu sintetizzati dai protagonisti. Qualche volta (di rado) intuirete le scelte fatte dagli ideatori, qualche volta sarete contrari, ma solo perché ormai siete del tutto coinvolti, e irrimediabilmente legati alle vite sconnesse di Heisenberg e compagni.
Chi è Heisenberg? Bene, potete iniziare. O se l’avete già fatto, cosa aspettate a vedere tutte le puntate che vi mancano?

PS Ringrazio Miss Misel per le segnalazioni sui video stupidi e però bellissimi.

Written by w.e.

aprile 5, 2014 at 4:14 pm

Pubblicato su Con brio, Focus on

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Black Mirror

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di W.E.

“If technology is a drug – and it does feel like a drug – then what, precisely, are the side-effects? This area – between delight and discomfort – is where Black Mirror, my new drama series, is set. The ‘black mirror’ of the title is the one you’ll find on every wall, on every desk, in the palm of every hand: the cold, shiny screen of a TV, a monitor, a smartphone” (da wikipedia).

Così Charlie Brooker spiega al Guardian il titolo della serie in tre parti da lui creata.
Ispirata a The Twilight Zone – serie americana di fine anni ’50 di Rod Serling – e a Tales of Unexpected – questa volta inglese, ad opera di Roald Dahl e mandata in onda tra il 1979 e il 1988 – allo stesso modo, lo scopo di Black Mirror è di “cercare di penetrare il nostro disagio nel mondo moderno”.
I tre episodi, a se stanti, e tutti ugualmente ben sceneggiati, ben girati e ben interpretati, sono ambientati in contesti diversi, e hanno differenti attori e personaggi.
Tutti si collocano temporalmente nel presente o in un ipotetico ma apparentemente vicino futuro. Ciò che inizialmente può sembrare ironico, o perfino ridicolo, diventa, lungo il percorso della puntata, improvvisamente carico di oppressione.
In The National Anthem, il primo ministro inglese riceve un’assurda richiesta di riscatto dai rapitori dell’erede al trono d’Inghilterra, che lo metterà in una difficilissima posizione (letteralmente) davanti agli occhi di tutto il mondo. In 15 Millions of Merits, la società del futuro è chiusa in immenso edificio da cui è impossibile uscire e in cui la vita è scandita da cyclette e grandi schermi; attività alienanti e ripetitive permettono alle persone di accumulare dei punti (“merits”), tramite i quali è possibile soddisfare i propri vizi, fino a comprarsi la possibilità di partecipare ad un talent show. L’ultimo episodio si intitola The Entire Hystory of You: un chip impiantato nel cervello (“grain”) permette di archiviare con immagini e video i propri ricordi, potendoli rivedere in ogni momento, e anche proiettarli sul muro per vederli in compagnia.
Lo sconforto che si prova seguendo gli eventi (quel che pare in un primo momento assurdo non riguarda solo lo strumento o il suo utilizzo ma anche e soprattutto i termini in cui l’individuo è ad essi vincolato – e, un momento dopo, questo vincolo ci sembra del tutto plausibile) cresce con la sofferenza dei protagonisti, soverchiati da quella stessa tecnologia che permette loro di essere (o, idealmente, di non essere) uguale agli altri, che sempre gli ha facilitato la vita ma infine gliela distrugge.
Il plot twist che in The Tales of Unexpected è anticipato nel titolo di ogni episodio è qui reiterato, ad indicare come l’unione dell’atto e del sentire umano alle elettroniche predisposizioni della macchina, possano, insieme e consecutivamente, prima portarci beneficio e poi condurre alla nostra debacle.
Qual è il punto in cui la nostra dipendenza dalla tecnologia, crescente nel tempo (e in modo proporzionale alla velocità del suo rinnovamento), può diventare irrimediabilmente pericolosa per il nostro reale benessere e per il nostro effettivo progresso come esseri umani?
Buona visione!